Il piemontese lingua ponte tra il francese e l’italiano

Pubblicato nel marzo 2010

Indice

Articoli determinativi
Formazione del plurale
I pronomi verbali
Il lessico
Bibliografia
Note

In un articolo apparso nel VII numero di questa arvista, una dozzina di anni or sono, si era presentata l’identità del piemontese nell’ambito delle lingue romanze e se ne erano sottolineate le caratteristiche fonologiche,  morfologiche e lessicali più salienti, paragonandole alle corrispondenti italiane e francesi. Questo studio riportava anche le osservazioni che due grandi maestri del passato, quali Dante e Montaigne, avevano fatto sulla parlata piemontese del loro tempo.

Nel quindicesimo capitolo del primo libro del De vulgari Eloquentia, oltre a definire turpissimum il volgare di Alessandria e di Torino, il padre della lingua italiana sosteneva che questa parlata non poteva essere del Latium, cioè italiana. Da parte sua, nel 1581, durante una visita a Torino, Michel de Montaigne aveva notato che “la langue vulgaire n’a presque rien de la langue italienne que la prononciation, et n’est au fond que composée que de nos propres mots” (Villata 1997b, 27).

Pur se non proprio lusinghiere, queste attestazioni confermano in parte quella che è l’opinione comune di quanti conoscono un po’ la situazione linguistica italiana. Infatti se Dante puntualizza che la parlata di Alessandria e di Torino era molto diversa dal toscano e dagli altri volgari italiani contemporanei, da parte sua, Montaigne sottolinea che il lessico della parlata di Torino era molto vicino a quello francese, mentre la pronuncia era più vicina a quella italiana.

Tutto sommato, penso che non siano molte le lingue moderne ad aver simili attestati di nobiltà, anche se per gli amministratori che non sono molto familiari con le questioni linguistiche il piemontese rimane sempre un volgare dialetto.

Partendo dalle testimonianze appena citate, nella prima parte di questo studio ci si propone di illustrare la differenza tra il piemontese e l’italiano, presentando gli articoli determinativi, il plurale e i pronomi verbali: tre aspetti particolari della morfologia delle parlate pedemontane, praticamente immutati dai tempi in cui sono vissuti i due grandi scrittori appena citati.

La seconda parte sarà invece dedicata al lessico e si cercherà di dimostrare come, soprattutto dopo l’unificazione politica della penisola, molte unità lessicali vicine al francese siano state sostituite da voci più prossime al toscano, diventato lingua ufficiale dell’Italia dal 1861.

Per quanto le documentazioni sul piemontese antico siano scarse, si deve tuttavia ammettere che esse sono abbastanza consistenti da permetterci di affermare che la vicinanza tra il piemontese moderno e quello dei testi più  remoti è quanto mai sorprendente. E questa affermazione si riferisce tanto alla grammatica che a quella parte del lessico che solitamente gli esperti definiscono vocabolario tematico.

Tanto per segnalare qualche esempio dei fenomeni grammaticali, di cui, peraltro, si è già parlato ampiamente in diversi studi precedenti (Villata, 1996, 2003 e 2008), vorremmo qui ricordare quelli che riguardano gli articoli determinativi, la formazione del plurale e i pronomi verbali, cioè tutte forme che presentano un indice di frequenza molto elevato e che quindi sono di grande importanza.

Articoli determinativi

Se confrontiamo gli articoli determinativi del piemontese odierno con le forme corrispondenti dei testi che abbiamo a disposizione per le parlate del Piemonte antico, cioè quelli in lingua d’oé dei Sermoni Subalpini, quelli delle farse dell’Opera Jocunda e quelli delle quattro canzoni secentestesche inserite nei Freschi della Villa, possiamo notare che le particelle usate oggi erano già presenti nei testi del XII, del XVI e del XVII secolo.

Gli articoli determinativi dei testi appena citati ci presentano le forme seguenti:

Lingua d’oé
Singolare Plurale
Maschile lo (325), el (7), l (6), jl (1) li (60), los (30)
Femminile la (422) le (88), las (28), les (7)
Opera Jocunda
Singolare Plurale
Maschile o, el, l gli, gl, y
Femminile la, l el, al, le, gl, l
Freschi della Villa
Singolare Plurale
Maschile lo, ‘l, l’ gl, i
Femminile la, l’ le, gl’
Piemontese d’oggi
Singolare Plurale
Maschile ël, lë, ‘l, l’ ij, j’, jë
Femminile la, l’ le, j’

Per meglio spiegare queste varie forme va detto che, secondo la grafia del tempo, nei primi due testi non si usavano accenti né apostrofi e l’articolo singolare L era unito al nome che lo seguiva. Davanti a un nome che iniziava per consonante, l’articolo maschile singolare L poteva anche essere unito alla congiunzione E che lo precedeva. Si pensi agli esempi seguenti: qui dona lo vent la ploia el soleil (chi dà il vento la pioggia e il sole) 01110, per manger la carn el sang del verai agnel (per mangiare la carne e il sangue del verace agnello) 17043. Se precedeva un nome che iniziava per vocale, l’articolo veniva unito ad esso: car lapostol sovenz lor mostrava… (perché l’apostolo spesso mostrava loro…) 15044.

A questi esempi tratti dai Sermoni Subalpini si possono aggiungere quelli rilevati nell’Opera Jocunda come i seguenti: sra vaca el bo ne tiron angual (se la mucca e il bue non tirano ugualmente) H255, per cio lauctour (per  questo l’autore) P34, lhom de sententia (l’uomo diede sentenza) A38, a fergle lobedientia (a fargli l’obbedienza) A47, besogna aveyr leugl al penel (bisogna avere l’occhio al pennello) A60.

Per le quattro canzoni dei Freschi della Villa, dove però sono notati accenti e apostrofi, si segnalano gli articoli maschili seguenti: con lo cavagn 1002, lo sestin 1016, se ‘l pan sea bon 1114, paghè ‘l fit 4008, tut ‘l di 2106, a l’han ‘l mal d’ Fransa 2018, e l’hort 1016, l’amor 3007; i portafas, i brindor, i fachin 4025, gl’aso 1082, gl’asi 1083. gl’aitr, glogl 4131. E per il femminile la cotta 1036, la festa 4017, l’ostaria 2033, l’importanza 3041; le man 1070, le fiute da pastor (i flauti da pastore), gl’ortolaie 1015, gl’arbette 4100, gl asselle 4148.

Se teniamo conto che I e GL, articoli maschili plurali delle farse dell’Opera Jocunda e dei Freschi della Villa, dovevano suonare come i moderni IJ e J, si deve concludere che gli articoli determinativi piemontesi dovevano essere giunti alle forme attuali (es. ij fachin, j’asu…) già parecchi secoli fa.

Oggi gli articoli ‘l e ël sono le forme normali dell’articolo determinativo maschile singolare davanti alle parole che iniziano per consonante. Se la parola che precede ël esce in vocale, come s’è visto nel piemontese antico, l’articolo può presentare l’aferesi della ë. Si pensi a: a part ël quìndes ëd magg (parte il quindici maggio); a l’ha përdü ‘l lìber (ha perso il libro), a-i era co Luis e ‘l cusin ëd Giacu (c’erano anche Luigi e il cugino di Giacomo) (Villata, 1997a, 25). Se le varie frasi appena riportate si leggono ad alta voce, è facile capire che l’articolo l dei testi antichi doveva suonare esattamente come l’ e ‘l del piemontese moderno.

Per quanto riguarda l’articolo plurale maschile, tanto davanti a parola che inizia per vocale che per consonante, se in lingua d’oe abbiamo li forma più vicina all’originale latino illi, va detto che l’Opera Jocunda e le canzoni secentesche ci presentano y se il nome che segue inizia per consonante e gl, gli quando il termine che segue inizia per vocale. Si pensi agli esempi seguenti tratti dalle farse dell’Opera Jocunda: de noug tug y gat sun gris (di notte tutti i gati sono grigi) A63, y bracz (le braccia) B175, chi son gleugl (che sono gli occhi) A20, glieyg cincq (gli altri cinque) A45, gli homi (gli uomini) B74, gliarchichioc (i carciofi) B127. Negli esempi appena riportati GL e GLI
dovrebbero sottendere un suono palatale simile al piemontese moderno J di nessi quali: j’euj (gli occhi), j’omu (gli uomini), j’auti (gli altri), j’articioc (i carciofi). E questo suono poteva già essere associato all’articolo LI della lingua d’oé perché, tra le preposizioni articolate formate dalle preposizioni A, DE e EN per il plurale maschile troviamo forme quali AIL (16), DEI (2), DEIL (35) e pure EIL (3). Si pensi a: donez de vostre veil drap ail pover (date dei vostri vecchi vestiti ai poveri) 11116, contrasta ades ail orgoillos (combatte sempre gli orgogliosi) 19019, deil isemple deil saint paroin (degli esempi dei santi patroni)17028, le habitaciun deil leun e deil leopart (i covi dei leoni e dei leopardi) 08064, ne devem marcer eil pecai (non dobbiamo marcire nei peccati) 05031, ne nos fiem eil doi fals amis (non fidiamoci dei falsi amici) 07066.

Come si vede dalla tabellina riportata sopra, le forme degli articoli femminili praticamente sono le stesse fin dai primi documenti: LA per il singolare e LE per il plurale. Nel piemontese moderno si trova l’articolo J che è usato davanti a parole femminili plurali che iniziano per vocale: j’amise (le amiche), j’euvre (le opere), j’ure (le ore), j’università (le università). Questa forma che non ha corrispondenze nella lingua d’oé, ancora troppo legata al latino, trova antecedenti nelle farse alionesche e nelle canzoni dei Freschi della Villa.

Per le farse del Cinquecento si pensi a GL di gloregle (le orecchie) che ha un allografo in lauregle A390. Nelle canzoni del Seicento il digramma GL è la forma normale dell’articolo femminile plurale quando precede un nome che inizia per vocale. Si pensi a: gl’ortolaie (la verdura) 1015, gl’arbette (le erbette) 4100, gl’asselle (le ascelle) 4148, gl’ente (gl’innesti) 4206, gl’arme (le armi) 4222. E se si pensa che a volte, invece di GL, l’articolo maschile è notato semplicemente I, i ambossor (gli imbuti) 4203, si deve concludere che il digramma GL delle canzoni secentesche doveva avere un suono molto simile, se non identico, al modermo J in lemmi quali: j’ambussur, j’assëlle (le ascelle), j’arme (le armi), j’erbu (gli alberi)…

Per quanto riguarda l’articolo maschile lo dei Sermoni Subalpini va detto che esso si ritrova tale quale nei Sarament ëd la Compagnia ‘d San Giors (1321). Oltre a lo i testi chieresi presentano un articolo equivalente O, che è comune anche nelle farse alionesche e pure in alcune parlate piemontesi moderne. Si pensi per esempio alla parlata dell’Alta Langa dove appunto tra gli articoli maschili si trovano ru e u (Giamello, 33), che mantengono il suono originario della u del latino illu, suono a cui quasi sicuramente dovevano essere associati il lo della lingua d’oé e l’o dell’astigiano dell’Alione.

Formazione del plurale

Anche per quanto concerne la formazione del plurale, la corrispondenza tra le parlate del Piemonte antico e quelle moderne è sorprendente. Infatti i comportamenti che si possono rilevare nei testi del secoli XII, XVI e XVII  sono quelli che caratterizzano il piemontese d’oggi. Effettivamente in tutte queste varietà diacroniche di piemontese solo i nomi femminili uscenti in -A atona diventano plurali cambiando la desinenza finale in -E, mentre gli altri nomi femminili e quasi tutti quelli maschili hanno una sola forma, valida per il singolare e per il plurale.

I pochi nomi e aggettivi maschili che non seguono questa regola sono quelli che escono in L o N precedute da vocale. Nei testi antichi questi lemmi presentavano un plurale prolettico (bon – boin, bel – beil…) e dette forme tipiche della lingua d’oé erano comuni anche nell’astigiano dell’Alione e nelle canzoni secentesche dei freschi della Villa.

E, almeno per quanto riguarda i nomi uscenti in L, questa particolarità si conserva ancora nella lingua odierna pur se la notazione è leggermente differente. Si pensi a apostol apostoil, carnal carnail, celestial celestiail, bel beil dei Sermoni Subalpini, a fradel fradegl, caval cavagl, cervel cervegl delle farse dell’Alione e ai lemmi moderni apostuj, carnaj, celestiaj, bej, frej, cavaj e servej le cui desinenze plurali dovrebbero avere uno stesso suono palatale, pur se esso è notato in tre modi diversi: IL, GL e J1.

In questi casi anche le canzoni dei Freschi della Villa presentano già una finale in I, che però è notata quasi sempre i e talvolta gl. Si pensi a: cavai (cavalli) 2160, botai (botti) 4057, martei (martelli) 4061, cassui (mestoli) 4099, forma quest’ultima che ha un allografo in cazzugl 1084, plurale che si ritrova anche in mugl (muli) 1082. E anche queste forme dovrebbero confermare l’omofonia del segno I e del digramma finale Gl.

A chi è solito parlare l’italiano o il francese, lingue con cui il piemontese è a contatto, il fatto che una stessa forma sia valida tanto per il singolare che per il plurale può sembrare strano e magari anche confusionario. Invece non è affatto così perché, già dal secolo XII, nella lingua d’oé il numero dei nomi è espresso in modo molto esplicito dal determinante che li accompagna, sia esso un articolo, un possessivo o un dimostrativo. Talvolta a determinare il numero di un nome può anche essere una forma verbale.

In parecchi casi, anche nel francese parlato, il numero del nome può essere reso esplicito solo dal determinante che l’accompagna. Si pensi a sintagmi quali le livre e les livres, la porte e les portes, ce cahier e ces cahiers, un prêt et des prêts…, dove il plurale è espresso solo da les, ces e des. In italiano invece, sia nella comunicazione scritta che in quella orale, il segno del plurale è solitamente indicato tanto dall’uscita del nome che dal determinante. Si pensi a: il libro, i libri; il fiore, i fiori…

Le parlate del Piemonte presentavano questa sinteticità già dai tempi della lingua d’oé e per averne una prova si pensi agli esempi seguenti: el complì ben lo comandament (egli compì bene il comandamento) 02093, quail forun aquisti doi comandament (quali furono questi comandamenti) 15018; lo tapit covert de pali (il tappeto coperto dal palio) 05088, ab lo rei sore soi tapit (con il re sui suoi tappeti) 05086, or qual pera li trovarem sot lo pe (ora che pietra gli troveremo sotto il piede) 09169, e li pe que no corren (e i piedi che non corrano) 15059, dove il numero di comandament, tapit, pe non è mai in dubbio. E lo stesso si può dire di evesque e di saint delle strutture riportate qui di seguito: que of quest saint evesque covert de pali (che ebbe questo santo vescovo coperto di palio) 02092, zo sun li saint confessor, li saint evesque (cioè i santi confessori, i santi vescovi) 02146. Questi stessi comportamenti si ritrovano nell’astigiano dell’Alione dove, per esempio, accanto a figla (ragazza) H59 e figle (ragazze) H51, ongia (unghia) C201 e onge (unghie) C194 si trovano forme quali dla mare (della madre) H862 e del mare (delle madri) H46, in cui la distinzione tra singolare e plurale è resa esplicita dalla preposizione articolata.

Come già in lingua d’oé anche nell’astigiano ci sono plurali prolettici quali rasoyn A749 (sing. rason A508 ) e putayn I39 (sing. putan B590), forma quest’ultima che presenta pure un plurale metafonico: puteyn B424. A proposito di questi plurali metafonici va detto che essi si ritrovano sporadicamente nel piemontese delle tre epoche considerate, ma non costituiscono la norma. Per l’astigiano del XVI secolo si pensi ancora a el meyn (le mani) accanto a mayn A325. Mentre per la lingua d’oé si ricordano li chrestien (cristiani) 01005 e frere (fratelli) 02003 plurali di lo bon chrestian 09191 e frare 01026.

E dev’essere proprio a causa della caduta delle vocali finali atone latine, fatta eccezione per la A, se fin dai tempi antichi nelle parlate piemontesi si è sviluppata una vasta gamma di articoli che, in genere, sono diventati gli  elementi diacritici per indicare in modo inconfondibile il singolare e il plurale dei nomi che attualizzano.

I pronomi verbali

E deve anche essere stato per la medesima ragione se tra i pronomi personali, si è sviluppato l’uso dei pronomi verbali che svolgono anch’essi un’importantissima funzione diacritica in quanto permettono di determinare la persona che agisce o che subisce l’azione.

In genere in latino non si usava esprimere il pronome soggetto davanti ai verbi perché, come accade anche in italiano, la desinenza era molto esplicita e da essa si poteva capire qual era la persona che fungeva da soggetto2. Dato che nella parlata d’oé, come nell’ancien français, molte forme verbali avevano perso questa caratteristica, per renderle più esplicite si è fatto ricorso all’uso dei pronomi soggetto davanti alle varie forme verbali e questo fatto ha evitato l’entropia della comunicazione. Si pensi a: e fui vesque (fui vescovo) 02071, mas e irai cum ti (ma io verrò con te) 07025, eu troverai (troverò) 21143; tu fos seignal (tu fosti segno) 04017, per zo que tu crees (perché tu credessi) 14056; el lo comencé (lo cominciò) 02045, e el lo catza (e lo cacciò) 03046; ela lor a dit (essa ha detto loro) 09044, ela est neira (è nera) 13021, que ella avea albergai (che essa aveva ospitato) 09025; nos nos esveillem (ci svegliamo) 03023, nos poem (possiamo) 16081; si vos prei que vos orez per mei (e vi prego che preghiate per me) 02088; si cum ele firen (e come fecero) 11107; il an (hanno) 13052, il viren (videro) 14078.

Pur confermandoci la nuova funzione dei pronomi soggetto, questi esempi ci lasciano intendere che le forme dei pronomi latini avevano perso o stavano perdendo la loro forza semantica in quanto si appoggiavano  encliticamente al verbo con cui formavano un gruppo unico. E che così fosse lo si deduce dall’espressione seguente: mas e no i son or si aisia de donerte (ma ora io non sono tanto agiato da darti qualcosa) 07025 dove i pronomi soggetto di son sono addirittura due, il primo tonico: e ed il secondo atono: i.

In questo esempio si nota già in lenga d’oé (sec. XII) il modello che è diventato la norma nelle Farse dell’Alione e che continua ancora nel piemontese moderno, dove la coppia dei pronomi soggetto è formata da mi i, ti it, chiel a, chila a, nui i, vujauti i, lur a. Mentre il primo pronome si usa di rado il secondo, detto pronome verbale, si esprime sempre, anche se la frase contiene già un altro soggetto espresso3. Detto pronome verbale permette di distinguere le varie forme verbali omografe e omofone. Si pensi per esempio al presente ed all’imperfetto di pensare:

  • i pensu, it pense, a pensa, i pensuma, pense, a pensu;
  • i pensava, it pensave, a pensava, i pensavu, i pensave, a pensavu;

ed alle strutture seguenti:

  • a vnisìa tüte le dümìniche (veniva tutte le domeniche);
  • i vnisìa tüte le dümìniche (venivo tutte le domeniche)

da cui si può notare che i vari pronomi verbali determinano chiaramente la forma del verbo che li segue (Villata, 1997, 116-117, 211).

Il lessico

Se dovessimo fare comparazioni simili per le lingue romanze ufficiali, ben difficilmente si potrebbe trovare una parlata che presenti una maggior corrispondenza tra la lingua delle origini e quella moderna, pur se, come si sa, il genio grammaticale è molto più stabile di quello retorico costituito dal lessico, a cui appunto ora vorremmo dedicare alcune osservazioni. E questa analisi dovrebbe essere interessante perché, per il sostrato e per la posizione geografica in cui è parlato, il piemontese è una lingua ponte tra gli idiomi cisalpini e quelli transalpini, per cui necessariamente subisce la pressione delle favelle con cui si trova in contatto.

Probabilmente è proprio a causa del sostrato gallico se, fin verso il Settecento, i documenti delle lingue parlate in Piemonte ci presentano un lessico molto vicino a quello delle parlate d’oltralpe. E forse è anche per questo che, basandosi sullo studio dei fenomeni fonetici e lessicali, per parecchi anni non si era riusciti a dare una giusta collocazione alla lingua dei Sermoni Subalpini nell’ambito delle parlate romanze e alcuni la considerano addirittura una sprachmischung, cioè una mescolanza di lingue (Wolf, passim).

Solo verso la fine del Novecento, basandoci appunto sul principio che i fenomeni grammaticali sono molto più stabili, dopo un’analisi contrastiva di varie categorie grammaticali, si è giunti alla conclusione che la parlata rappresentata nei Sermoni era una lingua vicina, ma diversa tanto dall’ancien français che dal provenzale antico. E malgrado le oscillazioni grafiche, che in genere si riscontrano in tutti i testi dell’epoca remota, la parlata sottesa in questi sermoni presenta un’identità del tutto particolare, piuttosto evidente soprattutto dal punto di vista grammaticale.

Appunto per sottolineare la vicinanza alle lingue d’oc e d’oil, ma anche per evidenziarne l’identità, si era deciso di chiamare la parlata dei Sermoni lenga d’oé. Infatti l’oe che si trova nelle prediche subalpine corrisponde all’oil dell’ancien français e ritrova nell’é del piemontese moderno. (Villata 1996, 144-145).

Oltre ad una chiara identità nel campo della grammatica, la lingua d’oé presenta anche alcune caratteristiche fonetiche e lessicali che la distinguono dalle parlate transalpine e da quelle cisalpine contemporanee. La più  interessante è forse quella che concerne l’esito degli imparisillabi della terza declinazione latina quali veritas, veritatis e pietas, pietatis. In questi casi la lingua d’oé ha forme diverse da quelle delle parlate con cui era in contatto.

Infatti, ancora all’inizio del Trecento, negli scritti di Bonvesin da la Riva e dell’Anonimo genovese questi nomi presentano un’uscita in -ae. Si pensi ai castitae, veritae, beltae… del primo e a sitae, claritae, franchitae del secondo. Pure i toscani con Dante in testa (1265-1321), almeno in un primo tempo usavano scrivere: bontade, bontate, cittade, viltade… Ma va anche detto che in questo caso gli esiti della lingua d’oé si discostano pure dalle lingue d’oil e d’oé che hanno rispettivamente lemmi quali pitié, vérité… e bontatz, beltatz…, mentre nei Sermoni Subalpini abbondano già forme quali pietà, verità, bontà… che molto più tardi diventeranno normali anche nelle parlate toscane (Villata, 2001, 103-112).

Accanto a queste voci i Sermoni Subalpini ci presentano poi dei lemmi del tutto particolari che si ritrovano ancora nella lingua di oggi. Si pensi a: amont, aval, balma, bastun, ca, cavalea, cel, co, eschergne, espelue, fam, freit, graner, lei, lum, mester, naje, neira, nen, peis, pera, presepi, rason, ri, sei, taca, vestimenta… che sono ancora usate tali e quali nella lingua d’oggi. E accanto ad esse ci sono anche locuzioni che sono tuttora vive come proverbi od espressioni idiomatiche. Si pensi a un grop ant la gola oppure a la lenga non a os set ossa frangit che si ritrova tale e quale nel proverbio torinese la lenga a l’ha pa d’oss ma a fa ‘d mal gross.

Per quanto concerne il vocabolario tematico vorremmo ricordare quello che riguarda tre campi semantici molto significativi quali: la famiglia, il corpo umano e gli animali. Ebbene i lemmi rilevati nei Sermoni Subalpini che trascriviamo qui in grafia originale dovevano già suonare più o meno come i corrispondenti del piemontese odierno. Si pensi a:

  • barba (zio), dona, faint, fil, filia, gener, maisnaa (bambino), mare, mari (marito), moiller (moglie), pare, parent, vidua…
  • boca, col, corp, forqueura (inforcazione), gambe, gola e gula, lenga, man, mangioira, naie, nas, oil, os, pe, sanc, sen, testa, vena…
  • agnel, bo, asen, can, cavra, columba, fea, fee, lion, liopart, luf, ulifant, peisun, porc, serpent, somers, vaque, volp…

Come si può notare questi lemmi di chiara origine latina sono diversi tanto dai corrispondenti francesi che toscani. Forse il fenomeno più sorprendente è quello dell’oscillazione che si può rilevare riguardo all’esito delle parole di origine germanica che nella lingua d’origine presentavano una W iniziale. Infatti ancor oggi come nel XII e nel XVI queste parole presentano oscillazioni tra G e V.

Per quanto concerne la lingua d’oé si pensi a: perque ne la gardai 13047, gardai quel no possa torner 21109, eu no gardei mia vigna 13046; ben se varda d’un mal pass 11049, si se varda de far mal 21104; per si e per soi parent garir 08285, si era vari 11102; en qual guisa 06013 en qual visa 12043, en trei vise 21008 (Villata, 2003, 118).

Riguardo a questa oscillazione nella lingua dell’Alione possiamo ricordare guarda e vuarde, vaire e guary (Villata, 2007, XV). Questo fenomeno è talmente radicato nelle parlate piemontesi che a volte l’alternanza G/V si è estesa anche a lemmi latini quali vastare che oggi può essere notato guasté e vasté (Gribaud, 953; Brero 730), mentre nei Giuramenti chieresi si trova addirittura la forma wastai.

A proposito del lessico, avendo il francese e il piemontese uno stesso sostrato celtico, non ci si dovrebbe sorprendere se a volte le voci di origine latina presentano delle forme e dei suoni molto simili o, come nel caso di lemmi quali feu, bleu, cheur…, addirittura identiche. In genere questi fenomeni sono dovuti al fatto che in alcuni casi le leggi fonetiche delle due lingue sono le stesse. Si pensi per esempio alla lenizione delle consonanti sorde intervocaliche, siano esse dentali, labiali o gutturali. Da esse si spiega la presenza di vocaboli quali:

  • pré (fr.) e pra (p.) in corrispondenza del lat. pratum
  • queue (fr.) e cùa (p.) <caudam lat.
  • fourmie (fr.) e fürmija (p.) <lat. formica
  • ami (fr.) e amis (p.) <lat. amicum
  • sur (fr.) e sür, sigür (p.) <securum
  • manger (fr.) e mangé <lat. manducare
  • poux (fr.) e puj (p.) <lat. pedunculum
  • août (fr.) e ust (p.) <lat. augustum
  • payen (fr.) e pagan (p.) <lat. paganum
  • lire (fr.) e lese (p.) <lat. legere
  • savon (fr.) e savun (p.) <lat saponem
  • savour (fr) e savur (p.) <lat. saporem
  • tapis (fr.) e tapiss (pi.) <lat. tappetum
  • arriver (fr) e rivé (p.) <lat. adripare
  • chaine (fr.) e chèina (p.) <lat. catenam
  • vider (fr.) e vuidé (p.) <lat. Vocitare.

Un altro fenomeno consonantico comune al francese e al piemontese è l’assibilazione della C latina davanti alle vocali palatali E ed I. Si pensi a lemmi quali:

  • cent (fr.) e sent (p.) <lat. centum
  • cendre (fr.) e sënner (p.) <lat. cinerem
  • cinq (fr.) e sinc (p.)< lat. quinque.

Queste similitudini tra il francese e il piemontese si ritrovano anche per quanto concerne il vocalismo. Innanzitutto basti pensare che le vocali atone che in latino si trovavano in posizione intervocalica tendono a dileguarsi e lo stesso capita per quelle finali. In quest’ultimo caso però, come già detto, il piemontese conserva la A atona mentre, in corrispondenza di una A finale atona latina, il francese presenta una E muta. Per illustrare quanto detto si pensi ai pochi esempi seguenti:

  • lièvre (fr.), levr (p.) <lat. leporem
  • lac (fr.), lag (p.) <lat. lacum
  • vice (fr.), vissi (p.) <lat. vitium
  • chaude (fr.), cauda (p.) <lat. calidam
  • vert (fr.), verd (p.) <lat. viridem
  • tache (fr.), taca (p.) <lat. taccam
  • femme (fr.), fumna (p.) <lat. foeminam
  • truite (fr.), trüta (p.) <lat. tructam
  • poêle (fr.), pèila (p.) <lat. patellam
  • chaire (fr.), cadrega <lat. Cathedram.

Ma il piemontese presenta molte affinità con il francese anche per quanto concerne l’esito delle vocali toniche latine. Basti solo pensare al fatto che entrambe queste lingue posseggono una serie di vocali mediane del tutto sconosciute al toscano.

E in questo caso va detto che il sistema delle vocali mediane toniche piemontesi è più completo di quello francese perché, se la lingua transalpina presenta i suoni /ü/ ed /ö/ le parlate pedemontane hanno anche quello della /ë/. Si pensi a bërgna (prugna), tërdes (tredici), sëddes (sedici)… Comunque va ricordato che, oltre a quelle appena segnalate, il piemontese presenta anche altre differenze rispetto al francese. Si pensi alla ō lunga del latino classico (O chiusa del latino volgare) che in francese si è svolta nel suono mediano /ö/, mentre in piemontese si svolge in una semplice /u/ e in toscano in una /o/. Si pensi a:

  • fleur (fr.), fiur (p.), fiore (it.) <lat. florem
  • douleur (fr.), dulur (p.) dolore (it.) <lat. dolorem
  • voeu (fr.), vut (p.), voto (it) <lat. votum
  • neveu (fr.), nuvud (p.), nipote (it.) <lat nipote.

L’esempio appena citato di fleur e fiur ci ricorda anche che i digrammi BL, CL, FL, GL e Pl latini, classici o romanzi, si conservano in francese mentre in piemontese, dopo il secolo XIII, si verifica la vocalizzazione della liquida in I come in toscano. Si pensi a:

  • blanc (fr.), bianc (p.), bianco <lat. blancum
  • flamme (fr.), fiama (p.), fiamma (it.) <lat. flammam
  • fleuve (fr.), fiüm (p.), fiume (it.) <lat. fluminem
  • plaie (fr.), piaga (p.), piaga (it.) <lat. plagam
  • sanglot, sangiut, singhiozzo, <lat. singultum.

Come si può notare dagli esempi appena riportati in alcuni casi il piemontese è più vicino al francese, mentre in altri presenta esiti più vicini al toscano.

Ma va anche detto che il piemontese presenta suoni sconosciuti alle due lingue forti con cui si trova in contatto. Oltre alla E mediana tonica notata Ë, si pensi a quello rappresentato graficamente dal digramma S-C e o dalla N- che si trovano in lemmi quali s-ciau, s-ciass, s-ciapé, rascèt… e lün-a, farin-a, schin-a… Il primo di questi suoni che corrisponde grosso modo a quello del neologismo toscano scervellarsi, e in piemontese si realizza in corrispondenza delle parole latine che iniziavano con il trigramma SCL (sclavum>s-ciav) o dei termini germanici che iniziavano con STL (stloppu>s-ciop), SL (sliht>s-cèt) o SK (sküma + spuma > s-ciüma).

In genere il piemontese non presenta consonanti geminate se non dopo la /ë/ tonica. Il segno SS non rientra nella categoria delle consonanti geminate, in quanto rappresenta la S sorda (spèss) per distinguerla dalla S sonora (des). La zz di vëzzu e dei pochissimi altri lemmi che la contengono rappresenta un suono composto da una dentale sonora D e da una Z.

Dopo quanto si è appena detto, non ci si deve sorprendere se il lessico piemontese appare molto più vicino a quello francese che non al toscano, pur se alcuni fenomeni quali la conservazione della A atona finale latina, la vocalizzazione in I della L dei digrammi BL, Fl, Pl… (bianc, fiur, pieuva…) e anche l’uscita in À degli imparisillabi femminili della terza coniugazione latina sono presenti anche in italiano. Comunque se si dovesse pensare ad una pressione di un sistema linguistico su un altro, nel caso dei termini che presentano un’uscita in -À, le date in cui appaiono queste unità lessicali ci permettono di affermare che, fino a prova contraria, il piemontese non è stato influenzato da altre parlate (Villata, 2001, 103-112).

Un altro fenomeno che testimonia la vicinanza della lingua d’oé al francese lo si può rilevare dal fatto che nei Sermoni Subalpini non esistono lemmi che iniziano con la S impura. Infatti, come avviene in tutte le lingue della  Romania occidentale, anche nei Sermoni Subalpini alla S iniziale latina seguita da un’altra consonante è stata anteposta una E, chiamata appunto prostetica. Tra le parole di questo tipo che nei Sermoni Subalpini presentano un totale di ben 163 occorrenze segnaliamo: escala, escalil, escamper, escerne, esconde, escortean, escrit, escritura, escriun, esdevenir, esforcer, esmarri, esmerai, espanter, especia, esperanza, espeses, espier, espine, espinos, espirit, espos, esposa, espi, esquivai, esquiver, estan, estaran, estarem, estava, esteig, esteigner, ester, estope, estordi, esvardai, esveillem, esveillun, esveilla.

Dato che in questo caso non ci sono oscillazioni dobbiamo ritenere che la E prostetica fosse una caratteristica della lingua d’oé e così abbiamo voluto controllare se questa usanza fosse presente anche in altri testi piemontesi antichi. I Giuramenti della compagnia di San Giorgio di Chieri riportano: e ester (r. 34), lo escu (r. 113) e poi anche ne Gli ordinamenti dei disciplinati e dei raccomandati di Dronero e ne Le Recomendaciones del Laudario di Saluzzo, si trovano alcuni esempi di questa E prostetica. Si pensi a eslezer, espurgatori, estatù (Gasca, 1966, C 46A, C 299°, C 66°) e a esmendament (Gasca, 1965, 12), dove però la E iniziale dovrebbe talvolta considerarsi  etimologica come appunto dovrebbe essere in lemmi quali eslezer (<exlegere), excellent (<excellere) e excusa (<excusatio)… rilevati nel primo dei testi appena citati.

I casi di E prostetica appena segnalati nei testi del primo Trecento e del primo Quattrocento ci portano a pensare che questo comportamento, un tempo generalizzato, abbia perso intensità nel corso dei secoli, pur se ancora all’inizio del Cinquecento se ne trovano tracce nelle farse astigiane de L’Opera Jocunda che riportano digrammi quali nosg estimau (I85) este, infinito di stare, C125 (Villata, 2007). Va però anche ricordato che nel 1521, data di pubblicazione delle farse dell’Alione, Asti faceva parte della Francia e nel francese di quel tempo si usava ancora notare estoile…

È comunque interessante ricordare che i pochi documenti pervenutici del Seicento non presentano alcuna traccia della E prostetica. Infatti, nei testi delle quattro canzoni seicentesche di cui abbiamo consultato i testi originali si rilevano lemmi quali sbaluco (3032), sbrichia (4127), scagn (4184), sbarda (4039), scartapas (4194), scrosa (1098), sfoior (1024), spa (3108), speciari (4196), ste (1011), strac (4242), stoffio (2073), strié (2160) e questo capita anche quando la parola che precede queste voci esce in consonante. Si pensi a: cerche lo vostr sfoior (1024), i saren strac (4242)… casi in cui nel torinese di oggi la S impura sarebbe preceduta da una E prostetica notata Ë, la cui presenza dovrebbe quindi ricollegarsi al sostrato gallico4.

Con molta probabilità, anticamente in una buona parte della zona pedemontana, la pronuncia delle parole che in latino iniziavano con una S impura doveva essere proprio come ce la riportano i Sermoni Subalpini. Il fatto che oggi in piemontese queste voci abbiano perso la E prostetica deriva probabilmente da un’influenza letteraria di origine italiana. Per analogia ai testi classici toscani un digramma quale lespirit veniva ad essere inteso come le spirit e non l’espirit i cui suoni nella lingua parlata erano identici, perché in questo caso l’articolo forma un sintagma unico con il nome che segue.

E a sostegno di questa ipotesi ricordiamo che nel piemontese moderno un lemma che inizia con S impura presenta una E prostetica solo quando è preceduto da un termine che esce in consonante. Si pensi a cun ëspìrit (con spirito), për ësbaj (per sbaglio), për ësbies (di sbieco), cul ëscartari (quel quaderno), ‘n dëscurs ëscarus (un discorso schifoso), ël lass ëscuriur (il nodo scorsoio), bütumlu për ëscrit (mettiamolo per iscritto), am ësmija (mi sembra) accanto a forme quali: la cupa dlë scandaj (il piatto della bilancia), lë stüdent (lo studente).

Oggi la pressione dell’italiano si esercita soprattutto sul lessico e la si può percepire senza difficoltà nella parlata comune, dove spesso termini schiettamente piemontesi come barba, magna, grand, granda, mse, (mare) madona sono soppiantati dai corrispondenti termini italiani ziu, zia, nonu, nona, suocero, suocera… Per dimostrare quanto appena detto, qui di seguito si presenta un elenco di parole piemontesi vicine alle francesi che nel piemontese d’oggi sono state sostituite da voci prettamente italiane.

Per rendere più chiaro questo cambio lessicale, ogni lemma del piemontese dei secoli scorsi è affiancato dal corrispondente francese, dal neologismo e dal termine italiano corrispondente.

VECCHIO PIEMONTESE FRANCESE PIEMONTESE MODERNO ITALIANO
abasur abat jour paralüm paralume
abatuar abattoir massatoiu mattatoio
abimé abimer ruiné rovinare
abresé abreger abrevié abbreviare
abri abri arpar riparo
abricò apricot albicoc albicocca
acablé accabler uprime opprimere
acusseur acousseur ustétric ostetrico
acusseuse acousseuse levatris levatrice
acsan accent acsan,acent accento
adressa adresse abilità abilità
adressa adresse indiriss indirizzo
agassé agacer cimenté molestare
agreman agrément piasì piacere favore
airagi airage smijansa somiglianza
alé allez dai, duma! dai!
alesuar alesoir saëtt saetta
amatur amateur diletant dilettante
ambusseur ambaucheur sensal sensale
amblé, d’ d’amblé ëd bot di botto
ambussuar ambuchoir stivaj, gambaj stivali
amplassman emplacement post posto
amplatre emplâtre impiastr impiastro
ampleta emplette anceta incetta
ampleur sart. ampleur ampiëssa ampiezza
ampudré ampoudrer ansipriesse incipriarsi
ampurtela l’emporter spuntela spuntarla
ampurtesse s’amporter ancassiesse incazzarsi
ampresseman ampressement sulecitüdin sollecitudine
anciarmé charmer ancanté incantare
andurant endurant tulerant tollerante
angar hangar cabanun capannone
anlevé anlever sequestré sequestrare
anrajé enrayer frené frenare
anrümà anrhumé anfreidà raffreddato
antrat entracte interval intervallo
antrav entrave ustàcul ostacolo
antravé entraver ustaculé ostacolare
antré entrée intrada entrata
antrené entrainer alené allenare
anvia envie veuja voglia
anvironé environer circundé circondare
anzulivé enjoliver ablì, abelì abbellire
apupré apeupré quasi quasi
avèj d’aplumb avoir de l’aplomb autucuntrol autocontrollo
apuenté apointé apuntà appuntato
arcanciel arc en ciel arc ëd l’aliansa arcobaleno
archëbus arquebus tanavé tanaceto
armuar armoire armari armadio
armoar a glass armoire à glasse specc specchio
arier pansé arrière pensée premeditassiun premeditazione
arusé arroser bagné bagnare
arslé harceler cissé pungolare
arsort ressort mola molla
artransà retranché defalcà diffalcato
artrussé artrousser ardubié rimboccare
arzan argent sold soldi
assé assez abasta abbastanza
atlé atteler taché attaccare
atrapé attrapé ciapé acchiappare
atrapé ün an sël fait ciapé ün an sël fait - -
avancureur avant coureur précürsur precursore
avnüa, leja avenue, allée vial viale
badiné badiner schërsé scherzare
baga bague anel anello
bafré bafrer sbafé sbaffare
bagajé bégayer tartajé tartagliare
bagara bagarre rüsa rissa
baragi barrage ciüsa chiusa, diga
belmer belle mère suòcera suocera
bergé berger pastur pastore
bessun, binel besson gemel gemello
betisa,fulairà bétise stüpidàgin stupidaggine
bianchissagi blanchissage lavagi lavaggio
bianchisseusa blanchisseuse lavandera lavandaia
bisu bijou gioja gioiello
bleu ‘d siel bleu ciel celest celeste
bocla boucle fibia fibbia
boper, msé beau-père suòcero suocero
brancard brancard barela barella
brassaria brasserie birerìa birreria
branlé ébranler agité agitare
bresa, a la braise, à la brasa brace
brioss brioche pasta pasta
brisé briser rumpe rompere
brudaria broderie ricam ricamo
brudé brouder ricamé ricamare
buchèt bouquet mass ëd fiur mazzo di fiori
budé bouder fé ‘l müsu far il broncio
buduar boudoir salutin salottino
bulangé boulanger panaté panettiere
burdrò bordereau lista lista
burné borner limité limitare
burzuà bourgeois burghèis borghese
bussun bouchon nata tappo
büt but fin fine
cabaretié cabaretier ostu oste
cacèt cachet sigil sigillo
calepin calepin tacuin taccuino
camlota camelote pacutija paccotiglia
cialota echalotte siulota cipollina
cicana chicane cavilassiun cavillo
classé classer classifiché classificare
cuclicò coquelicot papàver papavero
colié collier cadnin-a catenina
crajun, criun crayon matita matita
cuafür coiffure pentnüra pettinatura
cuntuar comptoir bancun bancone
cuseur causeur parleur parlatore
danié dernier ültim ultimo
debüt début prinsipi principio
debutant débutant prinsipiant principiante
decampé décamper aussé le tende levar le tende
decupé decuper ritajé, artajé ritagliare
defrajé défrayer speisé spesare
deghisé deguiser mascré mascherare
delabré délabrer ruiné rovinare
desagreàbil désagréable dëspiasus spiacevole
duparìa duperie trüfa/angan truffa/inganno
dusman doucement pian piano
dutampì d’autant plus tantu pì tanto più
ebluì éblouir sbalüché abbagliare
eclaté éclater scupié scoppiare
ecran écran scherm schermo
eghejé égayer divertì divertire
eletuari electuaire sirop sciroppo
epolèt épaulette spalin-a spalline
épuisé épuiser esaurì esaurire
facteur facteur pustin postino
farseur farceur facessius (facessia)
faseusa faiseuse mudista modista<
fassun façon manera maniera
fatrass fatras mügg mucchio
fenean fainéant fagnan fannullone
flambò flambeau torcia torcia
flanché flanquer mulé mollare
flaté flatter adülé adulare
flateur flatteur adülatur adulatore
fota faute erur errore
frambuas àmpula framboise lampun lampone
frisé friser rissé arricciare
frunsì froncer crispè increspare
frussé froisser ürté urtare
fuèt fouet früsta frusta
fujagi feuillage fujam fogliame
furüra fourrure plissa pelliccia
futèisa foutaise basìgula bazzecola
gagi gage pegn pegno
gagiüra gageure scumëssa scommessa
galimatiass galimatia cumaragi cicaleccio
gamaciu gamache nanu nano
giapé japper baulé abbaiare
grandeur grandeur grandëssa grandezza
graveur graveur incisur incisore
gravüra gravure incision incisione
gudrun goudron catram asfalto
gudruné goudronner asfalté asfaltare
güsaja gueusaille gentaja gentaglia
guté goutter stissé gocciolare
impulì impolì maledücà maleducato
mala malle valis valigia
maleur malheur sfurtün-a sfortuna
mansèt manchette pulsin polsini
maré marais palüda palude
mare madona suocera suocera
masseur masseur massagiadur massaggiatore
mat mat upac opaco
matlot matelot marinar marinaio
melanz mélange mës-cia miscuglio
mignun mignon grassius grazioso
mepri mépris dëspresi disprezzo
mersi merci grassie grazie
metre maître maestru maestro
metre maître avucat avvocato
mutardié moutardié vasèt vasetto per mostarda
nuansa nuance sfrümadüra sfumatura
nubless noblesse nubiltà nobiltà
nupà non pas anvece invece
nurì nourri nütrì nutrito
octruà octroi dassi dazio
oranz orange amarant amaranto
ordeuvr hors d’oeuvre antipast antipasto
pancarda pancarte manifest manifesto
panò panneau rèj rete per uccelli
pansman pansement medicassiun medicazione
papijun papillon farfala farfalla
pariüra pari scumëssa scommessa
patrun patron mudel modello
pegnuar peignoir suvaman asciugamani
përfüm parfum prufüm profumo
pituà pitois gat fiairur puzzola
plenta plainte lamentela lamentela
plesan plaisant piasus piacevole
pliant chaise pliante durmeusa sedia a sdraio
pluvit (à la plus vite) diarea diarrea
platabanda platebande màndula aiola
pulitëssa politesse curtesìa cortesia
ravalé revaler armangé rimangiare
reclam réclame püblicità pubblicità
refren refrain riturnel ritornello
remontuar remontoir bogu orologio da tasca
randevù rendez-vous apuntament appuntamento
ridò rideaux tende tendine
russé rousser bastuné bastonare
rüsà rusé fin, dritu astuto
rüsa rüse astüssia astuzia
sàber sabre siàbula sciabola
safeur chauffeur autista autista
fe samblan faire semblant fé finta fingere
sandrié sandrier portasënner portacenere
sanfassun sans façon disinvultüra disinvoltura
serpan serpent serpent serpente
serpapié serre-papier fermacarte fermacarte
sesì saisir ambranché afferrare
sesìa saisie sequestr sequestro
seur soeur munia monaca
seur soeur surela sorella
sibla cible bërsaj bersaglio
sieta assiette piat piatto
siflé siffler sübié fischiare
signun chignon puciu crocchia
sitrun sitron limun limone
sislunga chaise longue pultrun-a poltrona
sivera sivière barela barella
sivalié chevalier cavalier cavaliere
sòmber sombre scür scuro
spiegla espiègle vulpun volpone/td>
stagera étagère scafal scaffale
suagné soigner cüré curare
suasì choisi sernü scelto
suèn soin cüra cura
suflé soufflet sgiaf, sgiaflun schiaffo
sulagi soulage cunsulassiun consolazione
sürplü surplus suvrapì sovrappiù
sutneur souteneur prutetur protettore
suvnir souvenir ricord ricordo
upignatre opiniâtre ustinà ostinato
ürus heureux cuntent contento
utan pì, d’ autant plus, d’ tantupì tanto più
vinegrié vinaigrier uliera oliera
visagi visage facia facia
vis a vis vis à vis an facia di fronte a
vuajant voyant vistus vistoso
vurien vaurien bun a nen buono a nulla
zandarm gendarme carabigné carabiniere

Oltre alla pressione lessicale appena presentata, ormai da secoli, l’italiano esercita una forte attrazione grafica e fonetica sul piemontese. Si pensi solo alle voci latine che presentavano il digramma IN- seguito da consonante. Già in lingua d’oé questo digramma era passato a EN ed anche ad AN. Si pensi a encantaor (incantatore) 14057, encarnaciun (incarnazione) 05038, enclos (rinchiusi) 10096, endeig (indegno) 09235, enebrier (inebriare) 09226, enfermeta (infermità), enfern (inferno) 20015, enflammai (infiammati) 12075, engan (inganno) 18042, engeign (ingegno) 01014, engeigna (ingegnato), enperaor (imperatore) 12081, enseigna (insegna) 09042, entende (intende) 11033, entendre (intendere) 08009, enter (intero) 15061, envia (invidia) 01132, envesibel (invisibile) 04024, a cui si dovrebbero aggiungere le preposizioni antre e entre (lat. inter).

Questo cambiamento in A del suono della I latina in sillaba chiusa da consonante nasale, simile ma non identico a quello che avviene nelle parlate transalpine, è molto più visibile nelle farse astigiane dell’Alione. Infatti qui si può notare che, in corrispondenza del digramma latino IN e dell’EN della lingua d’oé, si trova quasi sempre AN. Si pensi agli esempi seguenti: an la fera (nella fiera) A11, an astesan (in astigiano) A16, anter lor (tra di loro) A34, antorn (intorno) A163, chi antend antend (chi intende intende) A66, ancarner (incarnare) C68, ansegna (insegna) C66, ansem (insieme) A353.

E nelle farse appena citate questo mutamento di suoni avviene anche nel corpo della parola: antandrà (intenderà) A49, contanter (contentare) A127.

Che nella parlata piemontese d’oggi ci sia una forte influenza della lingua ufficiale che provoca il regresso verso le forme originarie latine ce lo dimostra il fatto che, nei dizionari Piemontese – Italiano più moderni, i corrispondenti dei lemmi appena presentati per i Sermoni Subalpini si trovano sempre nella forma più vicina al toscano, cioè: incantador, incarnassion, indegn, infermità, infern, infiamàbil, ingann, ingegn, imperial, insegna, intende.

Degni di nota, e di grande interesse sono poi lemmi della lenga d’oé quali conbaten e enperaor, in cui, davanti alla consonate labiale, non si trova la M ma una N. Queste voci, che nei Sermoni Subalpini presentano poche occorrenze, potrebbero costituire delle semplici oscillazioni grafiche, ma forse anche sottendere una pronuncia particolare, perché il digramma NB, NP si ritrova in alcune occasioni. Si pensi a: avea un enperaor 08105, li mal enperaor 12082, lenperaor de Roma 19045, enporta larma (porta via l’anima) 17060 e anche a conbaten, compaigna 19030, compaignun 08154, 08156….

Il gruppo NP si trova anche nella prima Gramatica Piemontese, quella di Maurizio Pipino del 1783 dove, tra l’altro, si notano lemmi quali: senpre pag.133, conpète, 133, l’ha ‘nparalo 134, conpra 135, stanpa 138, stanpasse e anparà 139 in cui davanti alla consonante labiale si trova sempre una N e mai una M (Pipino, 133-139).

E grafie di questo genere sono la norma, anche ne Il vocabolario Piemontese – Italiano di Michele Ponza che riporta lemmi quali: anbabulé, anbacucà, anbalé, anbarass…. anpacc, anpacé, anpacté… (Ponza, 1845, 69 e 83), e pure nel Gran Dizionario Piemontese – Italiano del Sant’Albino, dove si trovano voci quali: anbalagi, anbajà, anbassadur… e anpaginé, anpajé, anpalé (Sant’Albino, 1859, pp. 59, 67).

Anche per quanto concerne le parole che comprendono il trigramma CON davanti a consonanti labiali, sia il vocabolario del Ponza che quello del Santa’Albino presentano voci quali: conba, conpare, conpass, conpless oppure conbate, conbricola…,  conpassiun, conpete, conpiasent … che ricordano il conbaten della lingua d’oe.

Per quanto concerne i vocabolari odierni va detto in genere essi non presentano più grafie come anbalé, anbassadur… anpacc, anposté… ma piuttosto lemmi quali ambalé, ambassadur…, ampacc, ampusté… e spesso in questi stessi dizionari moderni i lemmi con il prefisso AM- sono preceduti da quelli in IM- più vicini all’italiano. Si pensi a imposté e amposté, impoteghé e ampoteghé, impoverì e ampoverì, impraticàbil e ampraticàbil…

Non è raro però che le voci con il prefisso IMsiano le uniche segnalate dai dizionari. Si pensi a: implacàbil, impliché, implorassiun, impone, imponensa, imponent, impopolar, important, importassion, importé, imposission, impossìbil, impotensa, impreché, imprecis… (Brero, 317), ed anche a: impagàbil, impenetràbil, impercetìbil, imperdonàbil, impërmeàbil, implacàbil (Gribaud, 447).

E il regresso della preposizione IN alla forma originale latina si verifica anche davanti ad altre consonanti. Il fatto che i moderni vocabolari non riportino più grafie come anpaginé… mi sembra molto strano. Pensando a questo fenomeno, mi ritorna in mente che, nei primi anni di scuola elementare, non avendo mai sentito parlare italiano molti scolari, compreso chi scrive, avevano grandi difficoltà a notare correttamente parole come: ambulanza, ambulante, ma anche… importante, combattere ecc… Forse questo era dovuto al fatto che i suoni che sentivano quegli scolaretti erano quelli piemontesi anbussur, anpurtant, cunbate, cunpassiun… E ancora oggi, se dovessi scrivere il digramma “in gamba” in piemontese e volessi essere fedele alla pronuncia, dovrei a notarlo an ganba.

Penso che questo fatto dovrebbe essere oggetto di ulteriori indagini. La ragione di questa pronuncia, del tutto particolare, è forse dovuta al fatto che in piemontese il punto di articolazione di questa N era tanto posteriore che sarebbe molto difficile abbinarla al suono anteriore della I e così i trigrammi latino ANB ANP sono rimasti immutati per secoli, finché la loro grafia e forse la loro pronuncia non è stata influenzata dalla pressione dell’italiano.

Va detto che oggi, a causa dell’attrazione della lingua italiana, il prefisso AN- tende a regredire ad IN- anche davanti ad altre consonanti. Difatti mentre il dizionario piemontese del Ponza riporta lemmi quali ancarnesse, anchin… Il Vocabolario Piemontese – Italiano di Camillo Brero presenta: incarnesse, inchin (e anchin) e molti Piemontesi sono soliti pronunciare e scrivere incarnesse e inchin. In parecchi casi, anche qui, i dizionari piemontesi moderni riportano le due forme: intenerì e antënnerì, intercalé e antërcalé, interdì e anterdì, interé e anteré… (Brero 332), fatto che conferma quanto detto circa la pressione dell’italiano sul piemontese.

E si deve ascrivere al contatto con l’italiano anche la presenza del prefisso iterativo RI-, RE- al posto del piemontese AR-, in corrispondenza del latino RE-. In piemontese detto prefisso AR- si trova in parole che fanno parte del lessico tradizionale quali: arlamé (allentare), arlevé (rilevare), arseta (ricetta), artaj (ritaglio), artajur (pizzicagnolo), arvangia (rivincita), arvers (rovescio), arvira (ribellione), arzenté (risciacquare) … Anche in questo caso sono numerosi i lemmi in cui il prefisso italiano ha scalzato quello tipicamente piemontese. Basti pensare a reclütament, reclüté, reclüteur, che derivano da réclüta e non dal termine schiettamente piemontese arcrüa.

Pure per questi lemmi, talvolta, i vocabolari moderni fanno seguire le forme schiettamente piemontesi a quelle italianizzanti che sembrano essere le più usate. Si pensi solo a ribassé e arbassé (ribassare), ribate e arbate (ribattere), ribatesé e arbatesé, arbatié (ribattezzare), ribenedì e arbenedì (ribenedire), ribüté, arbüté, argiché (rigermogliare), ricambié e arcambié (ricambiare)…

Questo prefisso AR- si trova anche nel francese del Québec: artourner, arvange, arvanger, arvenir, arvier… (Bergeron, 49). E tanto per segnalare l’arcaicità del québécois si può ricordare che in questa lingua lemmi quali: moi, toi… suonano ancora muè, tuè… come nella parlata dei nobili francesi prima della rivoluzione (1789). Una traccia di questa pronuncia la si ritrova anche nella voce piemontese cuefa. Per ritornare al digramma iniziale -RI va detto che esso si ritrova anche in neologismi che hanno sostituito termini piemontesi schietti o che sono in competizione con essi. Si pensi per esempio a ricamador, ricamatriss usati al posto di brodeur e brodeusa, a ribelion al posto di arvira, a ribress in competizione con scheur, sgiaj, stri.

Per concludere questa breve presentazione concernente la pressione dell’italiano sul piemontese, si dovrebbero ancora ricordare le numersose strutture idiomatiche in cui le forme toscane hanno sostituito quelle vicine alle transalpine. Tanto per dare qualche esempio possiamo segnalare la sparizione dall’uso di espressioni quali a turn ëd rolu, savèj ëd ricussèt, com i fo, an piota… sostituite da strutture quali: a turno, savèj për vìe traverse, cum as deuv, an gamba…

Spesso la pressione dell’italiano, lingua ufficiale, si può notare in espressioni molto comuni quali: fé ‘n bagn invece di pijé ‘n bagn oppure anche nel semplice sintagma piassa d’armi al posto dell’ormai dimenticata piassa d’arme. Qui va ricordato che fin dalle origini i termini neutri plurali latini quali arma e vestimenta sono stati considerati femminili singolari per cui il loro plurale dovrebbe essere arme e vestimente.

Il tema dell’influenza dell’italiano sul piemontese è tanto vasto che meriterebbe di essere ripreso, non solo per segnalare termini quali carmé (calmiere), pali (palio) o ambigü e culassiun disnoira (brunch) che oggi sono stati sostituiti da termini italiani o addirittura da lemmi di altre lingue, ma anche per segnalare quei numerosi lemmi come cabial, carea, vrità… in cui le vocali atone cadute o le consonanti dileguate sono state ripristinate per influenza del toscano tanto che, nella lingua d’oggi, detti lemmi sono regrediti a forme molto più vicine a quelle originali latine: capital, cadrega e verità.

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Villata, B. 1996, I Sermoni Subalpini e la lingua d’oe, Lòsna & Tron, Montréal

Villata, B. 1997a, La lingua piemontese – Fonologia, Morfologia Sintassi Formazione delle parole, Lòsna & Tron, Montréal

Villata, B. 1997b «L’identité du piémontais vis-à-vis des langues romanes officielles» ne L’arvista dl’academia VII, Montréal

Villata, B. 2001 Nota an sël Léssic ëd la lenga d’oe: lema ch’a antìssipo l’italian, ne L’arvista dl’academia XII, Lòsna & Tron, Montréal, pp. 103-112

Villata, B. 2003a La grammatica della lingua d’oe, Lòsna & Tron, Montréal

Villata, B. 2003b La lenga d’oe e ‘l piemuntèis mudern, ne L’arvista dl’academia XIV, Losna & Tron, Montréal, pp. 111-119

Villata, B. 2004 I Sermoni Subalpini – Testo originale in lingua d’oe – Traduzione italiana e piemontese a fronte, Lòsna & Tron Montréal

Villata, B. 2007 Giovan Giorgio Alione – Le farse – Testo originale con traduzione italiana e piemontese, Lòsna & Tron, Montréal

Villata, B. 2008 Osservazioni su La lingua dell’Alione – Grammatica dell’astigiano del secolo XVI, Lòsna & Tron, Montréal

Testi originali de:

I Giuramenti della compagnia di San Giorgio di Chieri

I Freschi della Villa

Dizionari

Bergeron, L. Dictionnaire de la langue québécoise, Montréal, VLB Éditeur, 1980

Brero, C. Vocabolario piemontese italiano, Torino, Editrice Piemonte in Bancarella, 1982

Di Sant’Albino Vittorio, Gran Dizionario piemontese – Italiano, Torino, Società L’Unnione Tipografico – Editrice, 1859

Gribaud, G. Ël Neuv Gribaud – Dissiunari piemontèis, Torino, Editip, 1983

Ponza, M. Vocabolario Piemontese – Italiano, Torino, C. Schiepatti, 1847

Note

  1. Va detto che nella grafia moderna si trovano ancora alcune uscite in eil. Si pensi a seil (Brero, 608; Gribaud, 804) e a peil (Brero, 469; Gribaudo 639).
  2. A conferma di quanto appena detto, per chi non è familare con il latino trascriviamo qui di seguito il presente e l’imperfetto indicativo del verbo latino amare: amo, amas, amat, amamus, amatis amant; amabam, amabas, amabat, amabamus, amabatis, amabant.
  3. In pratica, visto che questi antichi pronomi soggetti si erano grandemente indeboliti, in seguito furono sostituiti dalle forme pronominali complemento mi, ti, chiel, chila, nui, vujaiti e lur. Col passar dei secoli, mi, ti…sono diventati i pronomi soggetto del piemontese, mentre i pronomi verbali corrispondono a quanto rimane dei pronomi soggetto latini.
  4. Si noti che fino a non molti anni fa anche in italiano si usava inserire una vocale prostetica, I, davanti a parola che iniziava con una S impura e che seguiva una preposizione uscente in consonante: per isbaglio, in Ispagna.
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Autore: Villata Bruno