La lingua dei giuramenti della Compagnia di San Giorgio e la lenga d’oé

Pubblicato nel marzo 2010

Indice

Grafia
L’articolo
Preposizioni articolate
Il plurale
Aggettivi
Pronomi personali
Pronomi verbali
Pronomi relativi
Preposizioni improprie
Congiunzioni
Avverbi
Verbi
Bibliografia
Note

Dopo i Sermoni Subalpini del XII secolo, i Giuramenti della compagnia di San Giorgio di Chieri, del 1321, costituiscono il documento più antico e di una certa consistenza di volgare che ci sia pervenuto nella versione originale in terra piemontese. Per quanto i due manoscritti siano diversi, per contenuto e per ampiezza, anche i testi chieresi sono di grande interesse filologico. Infatti, tra l’altro, ci permettono alcune comparazioni che ci danno la possibilità di approfondire la conoscenza della lingua dei Sermoni, chiamata anche lenga d’oé dal modo di affermare. È evidente che detta comparazione tra la lingua dei due documenti potrebbe giustificare scelte linguistiche o lemmi delle prediche pedemontane che qualcuno aveva giudicato poco conformi all’area piemontese.

I due manoscritti trattano argomenti piuttosto diversi. Quello chierese, molto più breve, presenta il testo di un giuramento che i membri della Compagnia di San Giorgio dovevano sottoscrivere, mentre i Sermoni Subalpini consistono nella spiegazione in volgare di passi latini del Vangelo. Il raffronto tra la lingua dei due documenti potrebbe offrirci la possibilità di confermare o anche di smentire quanto si era scritto sulla lingua dei Sermoni Subalpini (Villata, 1996, 1998a, 203).

Il presente studio verterà soprattutto sulla grafia e sulla grammatica e, quando possibile, anche sul lessico. Naturalmente, per poter documentare quanto detto in questo articoletto, alla fine dello studio si presenta anche la trascrizione diplomatica del testo originale dei giuramenti, giacente presso la biblioteca municipale di Chieri.

Prima di iniziare le varie osservazioni va ricordato che i Sarament ëd la Cumpanìa ‘d San Giors sono la traduzione in volgare di un originale latino. Quindi non dovrebbe essere molto errato pensare che anch’esso sottenda un contesto bilingue e diglossico, non molto diverso da quello in cui doveva trovarsi, circa un secolo e mezzo prima, il redattore delle ventidue prediche in lingua d’oé.

Infatti nei due documenti si nota una certa attrazione del latino, non solo grafica, causata anche dal fatto di scrivere una lingua che doveva essere soprattutto parlata. E questo dovrebbe anche giustificare le numerose oscillazioni presenti nei due testi, ma anche la differente notazione di parole che quasi sicuramente i locutori di quei tempi dovevano pronunciare nello stesso modo.

Grafia

Per quanto riguarda la grafia va detto che, seppur con una minor frequenza, i testi chieresi presentano quasi tutte le abbreviazioni rilevate nelle prediche del XII secolo ed alcune di esse si ritrovano ancora nell’Opera Jocunda dell’Alione, che è stata stampata ad Asti nel 1521. Tra le abbreviazioni più comuni che si ritrovano nei Sarament si ricordano quelle trascritte qui di seguito: â, ê, î. ô, û che nei testi originali presentavano una lineetta invece dell’accento circonflesso e questo segno indicava che la vocale in questione era seguita da un suono nasale: M o N. Si pensi a câpâna (it. campana). Il fatto che campanna presenti una doppia N, digramma che appare anche nell’Opera Jocunda, dovrebbe indicare che la A tonica era seguita dal suono velare della N, molto simile a quello che si trova ancora in alcune parlate piemontesi odierne ed in modo particolare nel torinese.

All’inizio di parola il segno ¿ corrisponde a com, si pensi a ¿pagnia (compagnia). All’inizio di parola il segno p equivale a per o a pre, mentre da solo corrisponde alla preposizione per. La consonante V intervocalica è notata U e
all’inizio di parola la U è solitamente scritta V. Quest’uso, già comune nei Sermoni Subalpini, si ritroverà anche in testi posteriori. Tra le novità grafiche, va segnalato che nei Sarament si trovano i segni Ç e W. Il primo corrisponde ad una sibilante, che poteva essere sonora e più raramente sorda.

Il secondo si trova in waster, wasta e wastai, derivati dal latino vastare, il cui sviluppo nel piemontese, molto probabilmente, è stato influenzato dal germanico *wardon (osservare), che nelle parlate pedemontane antiche e moderne presenta esiti varder, vardé garder, guardé, come appunto è capitato anche ai derivati del latino vastare che hanno avuto esiti quali vasté e guasté. La X rappresenta un suono sibilante che, secondo i casi, poteva essere sonoro o sordo. Si pensi a pax (pace) 33, 57…, precixament (precisamente) 37, astexan (astigiano) 102, 130, staxent (stante) 136, ma anche ad avex (avesse) 136, foxen (fossero) 137.

Molto interessanti sono anche grafie quali chaxa (casa) 6 e chassa 80, in cui il digramma CH rappresenta il suono velare della C davanti alla A in sillaba iniziale. Ad essi va aggiunto falchastr 28. Simili grafie, più frequenti nei Sermoni Subalpini, non erano state giudicate conformi a scritti in area pedemontana e con altri fenomeni erano state portate come prova per negare la possibilità che la lingua dei Sermoni fosse piemontese (Wolf, passim).

Tuttavia, questa obiezione non ci sembra suono velare davanti alla A, era già segnalata come variante nei manoscritti del tempo (Marshall, 51), ma anche perché il trigramma CHA per notare un suono velare si trova pure nelle farse dell’Alione, dove si rilevano voci quali char (caro) A53, charita (carità) A103… delicha (delicate) A52, fiacha (fiaccate) A 53… (Villata, 2007, 6 e 7).

Andrebbe poi anche ricordato che, ancora nella canzone secentesca `L tramué ‘d San Michel, si trova il lemma chas invece di cas (caso) 4002 (I Freschi della Villa, originale). Oltre che davanti alle vocali E e I nei testi chieresi, proprio come nei Sermoni Subalpini, il digramma CH può rappresentare il suono velare anche dinnanzi alla O ed alla U. Si pensi a alchû (20,22…) alchun (82, 88..), alchum (107) e ai plurali alchuign (23, 48…), archoign (37), alchoign e alchugn. Che corrispondono rispettivamente a qualche e ad alcuni. In lingua d’oe il CH precede la O soprattutto nelle voci chosa, chose e choses che presentano ben 10, 11 e 1 occorrenze (Clivio – Danesi, 74) e naturalmente alcuni le hanno considerate voci appartenenti al lessico francese (Wolf, passim).

Dal termine consegl (83, 85) che corrisponde al conseil (09037) dei Sermoni, si può dedurre che i due gruppi finali -segl e -seil dovevano avere uno stesso suono, cioè -sèj. E questo ci dice che il digramma /gl/ doveva già corrispondere al suono palatale che oggi in piemontese si nota con una J (es. cunsèj). Nei Sarament detto suono finale si trova anche nel dimostrativo coigl (quelli).

L’articolo

Gli articoli maschili e femminili singolari dei Sarament sono uguali a quelli rilevati nei Sermoni Subalpini. Come si vede dagli esempi riportati più sotto, oltre a: lo, el, l per il maschile singolare e la, l per il femminile singolare, i testi chieresi presentano anche l’articolo o, che doveva suonare /u/, ed è una forma che oggi si ritrova ancora in alcune parlate piemontesi per l’articolo singolare maschile davanti a parola che inizia per consonante (Giamello, 33).

Gli articoli determinativi singolari rilevati nei testi chieresi sono:

  • LO, O: lo dit malificy 46, lo profet 199, lo rezior 104, lo predit capitor 138; o recior 49, 77;
  • EL, L: el present capitor 132; sel predit capitor 120; lan 2, lonor 100;
  • LA, L: la dicta ferua 21, la man 126; larma (l’arma)113.

Per quanto concerne gli articoli determinativi plurali dei Sarament, va detto che tra di essi non si trovano più le forme sigmatiche: los e las. Infatti gli articoli rilevati sono i seguenti: gli, gly, gle, gl, i, j, y per il maschile e le, l, ly per il femminile. Per gli esempi si pensi a:

  • gly infrascript 11, gli homegn 15;
  • gle infrascript 25; gle homegn 51, 67; gle reziogl;
  • glaitr capitor 122, tuit glaitr capitor 132;
  • i consol 15; j dit coaiutor 56, j rezior 67;
  • y ben 24, y recioir 50, y lor coaiutor 55, y rezior 78, 97; y predit ben 82; y reziogl 103;
  • porter le arme 138, le desori ditte cose 98;
  • porter larme 103;
  • tute ly autre e singule peyne 131.

Come si può notare, pur presentando una grande varietà di forme, parecchie delle quali allografe, anche gli articoli dei Sarament presentano un uso molto prevedibile. Difatti per il singolare maschile si usa lo, o e el davanti a parola che inizia per consonante. Come capita nella lingua moderna, el può essere soggetto ad aferesi quando è preceduto da un termine che esce in vocale (sel predit capitor – 120, oggi se ‘l predet).

Se lo, articolo maschile singolare, precede una parola che inizia con vocale si ha l’elisione ma, dato che allora non si usava ancora l’apostrofo, l’articolo è unito direttamente al termine attualizzato (lan 2, lonor 100; oggi l’an…).

L’articolo femminile singolare è la (la man 126) mentre quello plurale è solitamente le (le arme 138, le desori ditte cose 98). Va detto che davanti ad un suono vocalico le può elidersi (larme 103) ed eventualmente palatalizzarsi come sembra indicare il trigramma seguente tute ly autre 131. Detta palatalizzazione è d’altronde indicata chiaramente per il plurale maschile, dove troviamo sintagmi

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quali: glaitr capitor 122, tuit glaitr 132 che
ci indicano l’avvenuta palatalizzazione dell’antico dimostrativo latino illi. Da qui si può anche dedurre che gli, gly, gle e gl sono dei semplici allografi. Probabilmente anche il ly del nesso tute ly autre (tutte le altre) 131, doveva avere lo stesso suono palatale.

Ed una conferma della fondatezza dell’ipotesi appena formulata ce la dovrebbe dare il piemontese moderno, dove l’articolo plurale che precede i nomi maschili o femminili che iniziano per vocale è sempre J. Si pensi a j’amis, j’erbu (gli alberi)… e a j’ure (le ore), j’amise, j’üniversità (Villata, 1997, 25).

Preposizioni articolate

Come accadeva nei vecchi manoscritti, spesso le preposizioni articolate sono unite direttamente al nome che segue. A questo proposito si pensi: alarma de seynt Georç 113 (con l’insegna di San Giorgio) oppure alarme (alle armi). A volte l’articolo e la preposizione formano un gruppo unico dando origine alle preposizioni articolate che erano già presenti anche nei i Sermoni Subalpini. I sintagmi di questo tipo rilevati nei Sarament sono: del nostr segnor 1 (del Nostro Signore), del meis de loign 3 (del mese di luglio), al mod usa 7 (al modo usato), del corp de colla compagnia 17 (del corpo di quella compagnia), dla percussiun 39 (della percussione), del sarament 68 (del giuramento), ao loo 97 (al luogo), del meis de luygn 105 (del mese di luglio), en lo volum di capitor 121 (nel volume dei capitoli), del poeyr 137 (del potere, del circondario).

Le preposizioni articolate dei Sarament sono molto vicine a quelle del piemontese moderno. A parte al e del, già presenti in lingua d’oé, i testi chieresi ci presentano di capitor (dei capitoli) che oggi si nota dij, e pure ao che doveva suonare au, proprio come capita ancora nella parlata dell’Alta Langa (Giamello, 127)

Il plurale

Le regole che stanno alla base della formazione del plurale dei nomi e degli aggettivi dei documenti chieresi sembrano praticamente uguali a quelle dei Sermoni Subalpini, dove i soli termini che presentano un plurale diverso dal singolare sono i quelli femminili che al singolare escono in -A e quelli maschili che escono in -L e in -N.

Anche nei Sarament i nomi femminili che al singolare escono in -A diventano plurali cambiando la -A in -E. Si pensi alle forme seguenti:

  • peina 53, 101, peyna 69 – peine 131
  • cossa 98 – cosse 89, 112
  • una vota 93 – tute vote 93
  • arma 113 – arme 1

Poche sono le forme dei plurali maschili. Tra questi sono degni di nota: quello di om 126 che è homegn 11, 15… talvolta notato anche omegn 51, 67…. oscillazione che ricorda quella dei Sermoni Subalpini dove hom e homen si notavano ora con la H iniziale e ora senza.

Molto interessante è poi il corrispondente di rettore, rezior, anche perché ci dà un’altra prova dell’oscillazione grafica e grammaticale dei tempi.

Oltre alle varie grafie, va infatti sottolineato che nella prima parte del testo questo termine presenta un plurale uguale al singolare, mentre nella seconda detto plurale, diverso dal singolare, ricorda quello dei nomi che nei Sermoni Subalpini uscivano in L1. A prova di quanto si è appena detto si pensi agli esempi seguenti: per lo rezior e per gle rezior 75, de la part del recyor o dy recior 95, lo dit recior o sea y rezior 97, a lo dit rezior osea y rezior pyaxyra 99, a lo dyt rezior vo y reziogl si pyaxirea 103, per lo rezior osea per gle reziogl 115, rezior e reziogl 128. In sostanza negli ultimi esempi il plurale di rezior è simile a quello del dimostrativo col – coigl. E probabilmente questo fenomeno è dovuto al fatto che, a volte, il testo ci presenta dei casi di rotacismo della L, per cui nel caso del plurale reziogl si potrebbe parlare di un fenomeno dovuto all’ipercorrettismo.

Tra i casi di rotacismo si pensi a: tuit glaitr capitor132, el present capitor 134, lo predit capitor 138… ma anche a ne voren (non vogliono) 70.

Ai vari casi di plurale va poi ancora aggiunto il segmento seguente: que o reçior o sea y reçioir in cui, oltre a un’ulteriore prova dell’oscillazione grafica dei tempi antichi, abbiamo un bell’esempio di quel plurale prolettico, che nei Sermoni Subalpini era tipico dei nome e degli aggettivi uscenti in -L e in -N.

Tra i plurali particolari vanno ancora ricordati i consol e pray (prati), forme che trovano riscontro nei Sermoni Subalpini dove si trovavano forme quali li apostol (gli apostoli) 12012 e prelai (prelati) 05013 (Villata, 2003, 10-11).

Aggettivi

Le regole appena viste per i nomi valgono anche per gli aggettivi qualificativi che in genere hanno tre forme, a meno che non escano in -L o in -N. Ma i Sarament presentano una gamma piuttosto limitata di aggettivi qualificativi e le regole appena citate si possono osservare nelle forme dell’aggettivo dimostrativo col (cola, coigl) oppure negli indefiniti alchun (alchûna, alchoign / alchuign, alchûne) e aotr (aotra, aitr, aitre), che possono
anche svolgere le funzioni di pronomi.

Come si può notare aotr e alchun hanno ben quattro uscite. Aitr e aitre sono forme metafoniche, mentre alchoign e alchuign sono plurali prolettici comuni in lingua d’oé.

Non avendo forme di plurale maschile, possiamo solo dire che per il femminile di bon 108 abbiamo bona 16, bonna 59 e non possiamo sapere se il plurale maschile fosse boin (o boyn) come nei Sermoni o fosse giunto alla forma palatalizzata boign come ci lascerebbero supporre alcoign e homegn….

Anche i participi passati possono svolgere la funzione di aggettivi e come tali sono variabili. Nei Sermoni Subalpini, i participi passati dei verbi della prima coniugazione potevano avere le quattro forme degli aggettivi latini della prima classe, mentre gli altri, compresi quelli uscenti in vocale, ne avevano solo tre, perché i participi uscenti in -u presentavano una sola forma per il maschile troviamo un participio passato plurale feruy (it. feriti), si deve ammettere che le forme avrebbero potuto esser quattro: feru, ferua, feruy e ferue.

Purtroppo non avendo una varietà di aggettivi adeguata questa rimane solo un’ipotesi. Alcune conclusioni importanti sulla persistenza delle tre forme si possono comunque dedurre dai participi passati uscenti in consonante. Per esempio, al femminile singolare, dit 47 presenta tre grafie diverse: dicta 9, dita 23 e ditta 37 e l’ultima è la più comune. Per il plurale si è solo rilevato il femminile ditte 98. Tra le altre forme di participi passati possiamo ricordare fait 10 e faita 32, uguali a quelle della lingua d’oé.

Per quanto concerne i participi passati dei sarament vanno segnalati wastay 83, wastai 86 e feruy 45 che, se coniugati con essere, si accordano con il soggetto. In genere la stessa cosa capitava nei Sermoni Subalpini. Un caso particolare è costituito da: que o sea daa (57/58), che ricorda voci della lingua d’oé quali: achataa, aiostaa… dove il participio passato è accordato al femminile. A proposito di wastai, è sorprendente notare che nelle cinque volte in cui appare, è sempre notato con la W, cosa che non accade a varder 562. Granda 10 rappresenta un metaplasmo che si ritrova ancora nel piemontese moderno.

Per quanto riguarda il comparativo, nei Sarament ne troviamo un solo esempio: pi fort de glaytr 134, in cui il secondo termine di paragone è introdotto da de. In lingua d’oe il secondo termine di paragone poteva essere introdotto da de o da que e quest’ultima forma era la più frequente (Villata, 2003, 27).

Dimostrativi

I dimostrativi rilevati nei Sarament potevano essere aggettivi e pronomi. Essi sono:

  • col (quello) 7,35; colla 16, 44, 51 cola 51; coigl 29,36,38;
  • costa (questa) 108;
  • col qui area (quello che avrebbe) 32.

I dimostrativi dei testi chieresi, col, cola, coigl, costa…, dove la O doveva suonare U come nei termini corrispondenti del piemontese moderno, sono piuttosto diversi dalle forme arcaiche presenti nei Sermoni Subalpini e quindi non si possono fare confronti. Tuttavia, queste forme sono di grande interesse perché tra i dimostrativi dei Sarament si trova coigl, plurale prolettico di col (quello), simile ai plurali prolettici dei nomi e degli aggettivi della lingua d’oe uscenti in -l. Si pensi a: si cum dit l’apostol 09153 e a aquisti dotze apostoil 09153 dove, come accennato sopra, i suoni finali dovevano essere identici a quelli corrispondenti di col e coigl.

Tra i dimostrativi dei Sarament non va dimenticato il pronome ço che presenta una sola occorrenza nel sintagma ço e (ciò è) 80 e che è molto disponibile nei Sermoni Subalpini dove è usato ben 337 volte ed è notato zo: zo est lo so conduit 03098. Questa variazione ç – z non deve stupire perché, nel The Donatz proensal de Uc de Faidit J. H. Marshall aveva riconosciuto l’equivalenza di questi due segni (Marshall, 51).

Possessivi

Le poche forme dei possessivi sono in sintonia con quelle presenti nelle 22 prediche in lingua d’oé. Tra questi possessivi va ricordato nostre che si trova nella struttura nostre segnor (riga 1), nelle prediche subalpine notata nostre seignor che presenta una settantina di occorrenze. Si noti che Nusgnur, l’esito di nostre segnur, è il termine più usato per indicare Dio nel piemontese odierno.

Le forme dei possessivi rilevate nei Sarament sono le seguenti:

  • de lassoa 2, de la soa parentella 65, 74, coigl de soa parêntela 76, de la ditta soa parentella 82;
  • con j soy auersarij 34, j soy ben enterament 79
  • del nostre segnor 1;
  • e y lor coaiutor 55, e y lor comandament 99;
  • de lor parentella 60.

I pochi possessivi dei Sarament, aggettivi o pronomi, presentano le stesse forme dei Sermoni Subalpini. Come in lingua d’oé, soa ha solo il valore di aggettivo di terza persona singolare e non si riferisce al plurale, come capita nel piemontese moderno e già anche nella lingua dell’Alione (Villata, 2008, 41-42).

Pronomi personali

Nei Sarament le forme dei pronomi personali non sono molto numerose, tuttavia tra di essi si può notare el, già presente nei Sermoni Subalpini come soggetto di terza persona maschile singolare e usato anche davanti ai verbi impersonali. Per i Sermoni Subalpini si pensi a: el m’est vis 02056, quant el pluf 21038, el est besoig 09192 (Villata 2003, 35) e per quanto concerne i Sarament a: se el entrevenis (se accadesse) 18, 22, 41, 64,107; el fos jniugnt (fosse ingiunto) 93.

LOR

Oltre al valore di aggettivo possessivo, nei testi chieresi lor può corrispondere a un pronome personale con i valori seguenti:

  • pronome soggetto di terza persona plurale: e lor tuit en tuit mod qui poran (e loro tutti in ogni modo che potranno) 71;
  • pronome complemento indiretto di terza persona plurale: gnum de lor discrepant (nessuno di loro contrario)10; prandes guera com lor (prendesse guerra con loro)… el fos jniugnt a lor (fosse ingiunto loro) 93, venissen a lor (venissero da loro) 96;
  • pronome complemento diretto di terza persona plurale: lor côstrêzer (costringerli) 62.

Nei Sermoni Subalpini lor non è mai usato come soggetto, mentre è usato come complemento diretto o indiretto. In questo secondo caso può esser preceduto o no dalla preposizione.

Si pensi a: lor besoigna travailler 05091, si lor dis 09035; zo est qui naiseran de lor 16027, Saint Esperite ven sore lor 12046 (Villata, 2003, 52).

Pronomi verbali

Come già nei Sermoni Subalpini, anche nei Giuramenti della compagnia di San Giorgio, qua e là ci si trova in presenza di particelle che fungono da pronomi verbali. Si pensi alle strutture seguenti:

  • la unde y feren crier 98 (it. là dove fecero annunciare); de cy a tant che no y averan consenty en la ditta pax (fintantoché essi non avranno acconsentito alla detta pace) 81-82;
  • que o sea reputa 124 (it. che sia reputatato; piem. ch’a sìa arten-ü);
  • se alaves metu 126 (it. se avesse messo; piem. s’a l’avèissa bütà ).

dove le particelle y, o e a svolgono la funzione di quei pronomi verbali che caratterizzano la lingua piemontese moderna (Villata, 1997, 117).

Molto interessante a questo proposito è anche il periodo seguente, in cui la O di osea corrisponde al pronome verbale di terza persona singolare maschile: e se alchun feis diex o venis contra la preditta o alchûne de le preditte cosse que osea reputa e se possa apeler de tuyt treytor (it. e se qualcuno facesse, dicesse o venisse contro la predetta o alcune delle predette cose che egli sia ritenuto e possa essere chiamato traditore da tutti) 122-125.

Data poi la presenza di strutture quali: azo qui fazen la ditta pax 72 (affinché facciano la detta pace) e a ço qui venissen a lor 96 (perché venissero da loro), in cui qui corrisponde alla congiunzione que ed al pronome verbali i, ci viene quasi da pensare che in alcuni casi i vari qui possano corrispondere al pronome relativo que ed al pronome verbale di terza persona plurale i.

Il primo esempio molto esplicito di questo pronome verbale lo si può trovare nella struttura seguente: mas e no i son or asià 07024 che è riportata nella settima predica dei Sermoni Subalpini, dove e rappresenta il pronome tonico ed i quello atono, detto anche pronome verbale (Villata, 2004, 50, v. 24).

Degna di nota è anche la struttura alaves in cui il congiuntivo imperfetto aves, è preceduto dal pronome verbale a che per eufonia è seguito da una l. L’inserimento di questa L tra il pronome verbale e le varie forme dei verbi essere e avere è ancor vivo nel piemontese d’oggi.

Per la notazione del pronome verbale di terza persona va detto che nell’Opera Jocunda dell’Alione si trovano le grafie: a le un dy feyng B287, quand a lera spoux B394, a le zohan B438, a lera anda fer nesch viage (era andato a fare non so che viaggio)B490 (Villata, 2008, 48).

Probabilmente l’inserimento di una l eufonica tra il pronome atono di terza persona singolare o plurale e le varie forme dei verbi essere e avere, dev’esser stata introdotta per analogia con forme quali el e dit desori, che già nei sarament viene anche notato e le dit desori, dove appunto si ha la discrezione della l del pronome el.

SE

Oltre che con il valore di pronome riflessivo (se vendicassen 58), tanto nei Sermoni Subalpini che nei testi chieresi, se è usato con il valore passivante. Quest’ultimo uso è molto più frequente nei Sarament che non nelle prediche del XII secolo. Per i testi chieresi si pensi a: percusiun que se ferea (percussione che si farebbe) 39, se faça e se debia fer (si faccia e si debba fare) 40, qui se contenen desori (che si contengono sopra) 139; mentre per i Sermoni si pensi a: quand la cità se prendrea (quando si prenderebbe la città) 09057.

SI

Nella struttura seguente: tant quant a lo dyt rezior vo y reziogl si pyaxyrea (tanto quanto piacerebbe al detto rettore o ai rettori piacerebbe) 103-4, il pronome si, forma piuttosto anomala e in questo caso ridondante, ha il valore della particella pronominale gli.

NEL

Si noti che nel segmento seguente: che de nel voglia (che Dio non lo voglia)18, nel è un sintagma che presenta il pronome personale complemento lo nella forma clitica l dopo la particella negativa ne. Una struttura simile era già presente nei Sermoni Subalpini, si pensi a: cum siel nel saues o nel vees (come se egli non lo sapesse o non lo vedesse) 21120.

Pronomi relativi

Come già i Sermoni Subalpini, anche i Sarament ci offrono due tipi di pronomi relativi. Infatti, accanto alle forme più vicine al latino qui e que, notate anche chy, chi e che, in questi testi ne troviamo altre derivate dall’aggettivo qualis preceduto dalle varie forme dell’articolo.

Va detto che qui, que, chy, che svolgono soprattutto la funzione di soggetto. Si pensi agli esempi seguenti:

  • ester cum col qui area 34 (stare con quello che avrebbe);
  • alcun chi ne fos de laditta compagnya 42 (qualcuno che non fosse …);
  • contra coigl qui ne voren 70 (contro quelli che non vogliono);
  • qui poran constrenzer 71 (che potranno costringere);
  • colla tal persona quy averea dait 85 (quella tal persona che avrebbe dato);
  • col che a lo dit rezior… pyaxyra 101 (quel che al detto rettore piacerà);
  • peine que se contenen desori 131 (pene che si specificano sopra);
  • qui ne foxen de cher 137 (che non fossero di Chieri).

Per quanto concerne le forme composte dall’articolo e dall’aggettivo qualis, va detto che nella maggior parte dei casi esse svolgono le funzioni di complemento indiretto. Si pensi a contra el qual 60 (contro il quale), contra el qual se ferea 64 (contro il quale si farebbe), e a contra i quagl 60 (contro i quali), che ci fornisce un bell’esempio del cambiamento della grafia del plurale prolettico di qual, che in lingua d’oé era quail: suvre li quail Deus se reposa 05053 (sui quali Dio riposa).

In altri casi il sintagma dei Sarament formato da qual e dall’articolo che lo precede assume un valore attualizzante molto vicino a quello moderno dell’aggettivo dimostrativo questo o il detto. Si pensi alle strutture seguenti: la qual vindita 35 (la qual vendetta), j quagl quatrcent 110 (i quali quattrocento), le quagl tute e singule cosse 113 (le quali cose insieme o singolarmente), lo qual capitor 127.

Come si può notare dagli esempi che seguono talvolta la l di qual può essere soggetta al rotacismo: lo quar instrument 120 (il quale strumento), lo quar capitor sea frem 127 (il quale capitolo sia fermo), fenomeno che non appare nei Sermoni, ma che è presente nelle farse dell’Opera Jocunda.

Il relativo formato da qual e dall’articolo può anche svolgere la funzione di soggetto: gle quagl adonch li eren 9 (che allora erano lì), j quagl avessen 30 (che avessero).

Tra i pronomi relativi si potrebbe ancora inserire la forma avverbiale unde che si trova nelle strutture seguenti: ao loo la unde lo dit recior o sea y rezior fossen o la unde y feren crier (nel luogo là dove fosse il detto rettore ossia i rettori o là dove fecero annunciare) 97-98.

Invece di unde, nei Sermoni Subalpini si trova unt. Si pensi alle strutture seguenti: li degrai per unt 05014 e li escalil per unt 05053 (i gradini per dove…).

Nella struttura che segue col que ha il valore del pronome neutro “quello che”: e col que a lo dit rezior… pyaxyra (quello che al detto rettore. piacerà) 99-100.

Indefiniti

Gli indefiniti più comuni rilevati nei Sarament sono alchun, aotr e tuit che in genere sono variabili e possono svolgere la funzione di aggettivo e di pronome. Alchun e aotr fanno parte di quel gruppo ristretto di aggettivi che presentano quattro forme come gli aggettivi della prima classe latina. Tut ha questa caratteristica nei Sermoni Subalpini, mentre altre era in competizione con autre e alcuno presentava la sola forma: alcuna.

Nei testi chieresi per l’indefinito “tutto” si trovano solo i plurali: tuit, tote, tute forme che sono in sintonia con quelle della lingua d’oé, che presenta però una doppia batteria di indefiniti. La prima: tot 16, tota 19, tote 7 più vicina al latino, e l’altra romanza: tut 20, tuta 8, tute 2, tuit 263.

Accanto a queste forme vi sono altri lemmi quali: tuto 1, totes 2 e totz 1, che appartengono ad un altro codice linguistico e dovrebbero essere resti di uno stadio precedente, più vicino al latino, in cui vigeva ancora la distinzione tra cas sujet e cas régime. E la presenza di detta declinazione dovrebbe essere dovuta a quel fenomeno del cambiamento di codice, che capita quando un parlante o uno scrivente bilingue passa da un idioma all’altro o cambia livello di lingua, praticamente senza rendersene conto, perché determinati concetti sono abbinati ad una favella diversa da quella che sta parlando o scrivendo. E questo lo si può dedurre dai termini che precedono immediatamente i termini anomali. Si pensi per esempio a: 09257 zo sun archiepiscopi espiscopi et presbyteri qui tuto di sonent le tube (questi sono gli arcivescovi, i vescovi e i preti che tutto il giorno suonano le trombe), 08093 paso sancta ecclesia totes aquestes male persecutiuns (la santa chiesa passò tutte queste malvage persecuzioni). In pratica lemmi quali episcopi et presbyteri e sancta ecclesia sono gli elementi che hanno fatto
scattatre il cambio di codice.

ALCHÛ, ALCHUN, ALCUN

Oltre all’oscillazione grafica normale per i testi di quel periodo, sono degni di nota i plurali prolettici alcoign, alchuign… Come appena segnalato questo indefinito, che può svolgere le funzioni di aggettivo e di pronome, ha quattro forme come gli aggettivi della prima classe latina: per il singolare maschile: alchû hom 20, alchun om 126, alcun consegl 83 alcun de la dita compagnia 27, alcum fos mort 107; per il maschile plurale: alchoign de… 38, alcoign de colla compagnia 44, alcoign 48; per il femminile singolare: alchûna persona 18, alcûna volunta 16 e alchûne de le preditte cosse 123 per il femminile plurale4.

Tra i pronomi si possono ancora ricordare: avex discordia com alchun o alcoign 16 e.

AOTR, AOTRA, AITR, AITRE

Può aver valore di aggettivo o di pronome ed oltre a seguire il modello degli aggettivi della prima classe latina, aotr (it. altro) presenta anche dei plurali metafonici aitr e aitre. Naturalmente l’oscillazione grafica aitre / aytre rientra nella normalità.

Nei Sermoni Subalpini le forme in competizione erano altra / autra e altre / autre. I sintagmi ly aitre e le aytre dei Sarament dovevano probabilmente suonare allo stesso modo, cioè /j’aitre/. Per questi indefiniti dei Sarament ricordiamo: un aotr bon e suficient (un altro buono e sufficiente) 108, dove aotr ha il valore di pronome; sea constreit col e tuit glaitr (sia costretto lui e tutti gli altri) 72; Jnsé com glaitr capitor de la compagnia (così come gli altri capitoli della compagnia) 121; e de aotra part (e d’altra parte) 118; tute ly aitre e singule peyne (tutte le altre e singole pene) 131; en le aytre cosse (nelle altre cose) 139.

TUIT, TUTE

Nei sarament tutto è usato solo al plurale. Degna di nota è l’oscillazione grafica tote / tute già presente nelle prediche pedemontane: tote le mie chose 09040, e tute cose 03038. Questa alternanza dovrebbe testimoniarci che nelle epoche in cui furono redatti i due testi la O del latino classico totus doveva già suonare /u/ e che la /u/ del plurale prolettico tuit poteva già aver assunto un suono velare per influenza della I. Nei Sermoni Subalpini tuit presentava ben 26 occorrenze. Gli indefiniti rilevati nei testi chieresi sono: e que tuit y quatrcent 112 (e che tutti i quattrocento), e lor tuit en tuit mod qui poran 71 (e loro in tutti i modi che potranno); tote le preditte singule cosse 112 (tutte le predette singole cose), le quagl tute 113 (le quali tutte).

GNUM

Tra gli indefiniti dei Sarament si trova gnum de lor. Invece del pronome gnum i Sermoni presentano neu e neun la, mentre in piemontese moderno si ha gnün.

MYNCH

Tra gli aggettivi indefiniti dei sarament va ancora segnalato mynch (ogni) che presenta tre occorrenze in cui è sempre seguito da an: mynch an 80, 86 e mynch an del mesis de luygn 105 (ogni anno nel mese di luglio). Mynch non è riportato nei Sermoni Subalpini, ma si trova nelle farse dell’Alione dove appare nell’espressione: myncha di G296 e minca di E417 (Villata, 2008, 73).

CHUN, CHUNA

Come si può notare dalle frasi seguenti, chun e chunna sono usati con il valore di qualsiasi: e sot la peina e band de cent lire de astensibus per chun reçior (e sotto la pena di cinque lire astensi per qualsiasi rettore) 54, y quagl quatrcent tute vote e chûna vota el fos iniuynt a lor (i quali quattrocento tutte le volte e qualsiasi volta fosse loro ingiunto) 93.

Nella struttura seguente chun ha valore pronominale, mentre chuna è aggettivo: per chun e per chuna vota (per chiunque e per qualsiasi volta).

Si noti che nel contesto che segue chun corrisponde al pronome indefinito chiunque: a chun qui vora 119 (a chiunque vorrà).

QUINT, QUINTA

Quint è usato due volte e dal contesto di deduce che il valore di questo aggettivo è quello di qualsiasi. Feissen la vinditta en quint mod (facessero la vendetta in qualsiasi modo) 46, que ne fus de la ditta compagnia de quinta condicion o stat che sea (che non fosse della detta compagnia, di qualsiasi stato o condizione sia).

Preposizioni

Le preposizioni più usate nei Sarament sono: de, a, en, com e per. Nel testo originale la preposizione con è rappresentata da una abbreviazione che nella trascrizione diplomatica abbiamo notato ¿ e quando è scritta in lettere è
notata com. A differenza della lingua d’oé, i Sarament non presentano le preposizioni ab (lat. apud), ob, e da e penso che avesse ragione Wolf quando affermava che l’ultima preposizione doveva essere di influenza occitana.

Anche nei testi chieresi, come nei Sermoni Subalpini, alcune delle funzioni svolte dall’odierna preposizione da sono svolte da de e altre da per. E anche negli altri casi le preposizioni dei Sarament presentano le stesse caratteristiche delle corrispondenti forme della lingua d’oé.

DE

Come in lingua d’oé, de introduce solitamente i complementi di:

  • specificazione: a lo nom del nostr segnor (in nome del nostro Signore) 1; consegl de la compagnia (consiglio della compagnia) 4; hospicij de la compagnia (ospizio della compagnia) 13; lo volum di capitor (il volume dei capitoli);
  • partitivo: extraher de laveir (estrarre dei beni) 53;
  • denominazione: del meis de loign (del mese di luglio) 3; de lo dit comun de cher (del detto comune di Chieri) 6; de sein georç (di San Giorgio) 13;
  • agente: se possa apeler de tuit treytor (possa esser chiamato traditore da tutti) 124
  • moto da luogo: passa de costa vita (passato da questa vita) 108;
  • separazione o allontanamento: fer extraher de colla compagnia (far espellere da quella compagnia) 54;
  • pena: la pena e band de cent lire (la pena e bando di cento lire) 53;
  • temporale con il valore del moderno da: de houre enaint (da ora innanzi); de cy a tant che 81 (da qui a tanto che);
  • tempo: mynch an del meys de luygn (ogni anno nel mese di luglio).

A

La preposizione A introduce i seguenti complementi:

  • termine: e se debia der a col o a cogl (e si debba dare a quello o a quelli) 58; deysen a lor alcun consegl (dessero loro qualche consiglio) 83; el fos jniuynt a lor (fosse ingiunto a loro) 93;
  • tempo: a la quarta indicion (alla quarta riunione) 3-4;
  • modo: a son de campanna (a suono di campana) 5; e a vos de crior (e a voce di banditore) 6; al mod usa (nel solito modo) 7; a adrit (con diritto) 15; a bona fay (in buona fede) 16;
  • moto a luogo: a pax o sea concordia pervenis (pervenisse alla pace ossia a concordia); a ço qui venissen a lor (affinché venissero da loro) 96, venir ao loo (venire al luogo) 97; venissen a lor (venissero da loro); metir le man alarme (mettere le mani alle armi) 69;
  • davanti a infinito: lassa chûna cossa a fer per acûpir le desori ditte cosse (lasciata qualsiasi cosa da fare per finire le cose sopraddette) 98.

EN

Anche en può introdurre parecchi complementi. Tra di essi si possono ricordare quelli di:

  • stato in luogo: en lo pien e general consegl (nel congresso plenario e generale) 4; en la chaxa (nella sede) 6; script en lo volum di capitor (scritto nel volume dei capitoli) 121;
    modo: en quint mod (in qualsiasi modo); en granda quantita (in gran quantità) 9-10;
  • argomento: en col qui fossen py fort en lor fermeca, en col veyrament (in quello che fossero più forti nella loro fermezza, in quello veramente) 133; en le aytre cose (nelle altre cose) 139;
  • moto a luogo: in cui la preposizione equivale a su, contro: feissen la vinditta… en col (facessero la vendetta… su quello) 46; feys alchun mal o jniuria en la persona (facesse del male o ingiurie sulla persona) 88; cometiren lo dit malificy … en alchun o sea en alchoign (commisero il maleficio su qualcuno o su alcuni) 48; metu la man en alchun om (messo le mani su qualcuno) 126. In queste strutture en conserva il valore della preposizione latina in che appunto poteva avere il significato di su o contro.

Se precede un verbo all’infinito en introduce una proposizione subordinata con valore finale: no voressen consentir en ditta pas fer (non volessero consentire a fare la detta pace) 66; consentir en la ditta pas fer (consentire a fare la detta pace) 67, 70.

COM (con)

In genere la preposizione com (it. con) esprime:

  • unione o compagnia: ester com col qui (stare con colui che) 34; com arme (con armi) 96;
  • relazione: auex discordia com alchun (avesse discordia con qualcuno) 137;
  • modo: tenir com effet (tener con effetto) 75; de observer cum effett (di osservare con effetto) 111.

PER

Come si può vedere dagli esempi che seguono, nei testi chieresi per introduce soprattutto complementi d’agente e di causa:

  • agente: el fu statui e ordona per col consegl e per gle consegler… e per gle rezior (fu stabilito e ordinato da quel consiglio e dai consigliere… e dal rettore….) 7-8; se debia observer per lo rezior o sea per gle reziogl e per gle univers homegn (deve essere osservato dal rettore ossia dai rettori e da tutti gli uomini) 115-116. Questo valore, molto vicino al latino, era presente anche nelle frasi passive dei Sermoni Subalpini. Si pensi a: es entendua per lo par (è intesa dal padre) 11036, que el no sea vasta per lo vulp (che non sia rovinato dalla volpe) 13056;
  • causa: serea faita per la vigor (sarebbe fatta per il vigore…) 63, entegnu… per la vigor del sarament (tenuto… dal vigore del giuramento) 68, per la vertu del sarament (in virtù del giuramento) 101.

JNFRA

Jnfra corrisponde al moderno fra, tra e nella struttura in cui si trova ha valore temporale. Jnfra doy meys (entro due mesi) 62.

Preposizioni improprie

Apres

Apres solempn parti (dopo solenne partito) 10.

Contra

Contra: contra i quagl (contro i quali) 60, contra el qual (contro il quale) 64; corer contra coigl qui ne voren… (correre contro chi non vuole…) 70; venis contra la preditta o alchunne de le preditte cosse che o sea reputà 123/24, contra col (contro quello) 125. Questa preposizione si trova tale quale anche in lingua d’oé e nel piemontese moderno. Per i Sermoni Subalpini si pensi a: trove engeign conta l’om (trovò inganno contro l’uomo) 04072.

For de

For de la Juridicion del comun (fuori dalla giurisdizione del comune) 136. In corrispondenza di for de i Sermoni Subalpini presentano fora a e for de. Si pensi a: isir fora a chambra (uscir fuori dalla camera)10024; trais fora de larca (trasse fuori dall’arca) 09034.

Sença

Sença era già presente in lingua d’oé dove era notata senza. Nei Sarament si trova nelle strutture seguenti: sença tenor 27, 53, sença dagn 54, 59; sença dagn per la ditta compagnia 92, senza arme 96.

Sot

Nei Sarament sot è usato quattro volte: sot la peina (sotto la pena) 53, sot colla meysma peyna (sotto quella stessa pena) 69, sot la peyna e band… (sotto la peina e bando) 101, 129. Sot si trova anche nei Sermoni Subalpini: qui era sot l’om (che era sotto l’uomo) 04077.

Congiunzioni

Jnse

Jnse è usato con valore comparativo, modale o consecutivo. Nei primi due casi jnse è seguito da com, mentre nel terzo da que. Si pensi agli esempi seguenti: jnse com desory dit (così come detto sopra) 87, jnse com e le dit desori (così come si è detto sopra) 118, jnse com sel predit capitor (così come se il predetto capitolo) 121; jnse com glaitr capitor (così come gli altri capitoli)122; jnse com se alaves metu la man en alchun om (come se avesse messo la mano su qualche uomo)125/6; jnse com sel predit capitol se trovas script (come se il predetto capitolo si trovasse)120 jnse que semper may lo dit hospicij romagna (cosicché il detto ospizio sempre rimanga)109.

Neynt de mein

Il neynt de mein dei sarament è usato con il valore della nostra congiunzione avversativa tuttavia: nent de meyn romaneynt tuit glaitr capitor… (tuttavia rimanendo tutti gli altri capitoli) … 131/32.

Azo que, aço que

Azo que e aço que introducono una proposizione finale ed equivalgono alla congiunzione italiana affinché. Si noti che la -i di qui corrisponde al pronome verbale di terza persona plurale, pronome che, come s’è detto sopra, era già presente in lingua d’oe per la prima persona singolare. Come si può notare dagli esempi seguenti azo qui e a ço qui sono dei semplici allografi: azo qui fazen la ditta pax (affinché facciano la detta pace) 72, a ço qui venissen a lor (affinché venissero da loro) 96.

Nei Sermoni Subalpini la congiunzione finale corrispondente ad azo que era perzo que che poteva anche avere valore causale.

Tant quant

Come si può notare dagli esempi seguenti, tant quant, tant que e fin atant hanno valore temporale: tant quant porterea col … e tant che la vindita se feis (fino a quando porterebbe quello… e finché si facesse la vendetta) 29… 30; de fin atant que col qui area la discordia… (finché quello che avrebbe la discordia…) 31; tant quant a lo dyt rezior vo y reziogl si piaxirea (tanto quanto piacerrebbe al detto rettore o ai rettori)103.

Poy que

Poy che non ha valore finale, ma temporale: poy que la ditta vindita serea faita (dopo che la vendetta sarebbe fatta) 63; poy che y predit ben fossen wastai (dopo che i predetti beni fossero devastati) 82; poy que y predit

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ben (dopo che i beni predetti) 83. Questa congiunzione esisteva già in lingua d’oé dov’era notata: pois. Si pensi a: pois quela pert (dopo che essa perde) 08155.

Pryma que

Il valore di pryma che è opposto a quello di poy que. O pryma que y ben de col o de cogl qui deren col tal consegl (o prima che i beni di quello o di quelli che diedero quel tal consiglio) 84.

De cy a tant

Come si può notare dalla struttura seguente: de cy a tant que y averan consenti (finché avranno consentito) 81, de cy a tant corrisponde all’italiano finché.

Se

La congiunzione se introduce il periodo ipotetico. Si pensi a: se el entrevenis …. que alchun … feris o vulneras… que gle infrascript quatrcent seen entegnu e debien porter…(se capitasse… che qualcuno … ferisse o vulnerasse…
che i sottoscritti quattrocento siano tenuti e debbano portare) 23-28; se alcun — avex discordia con … alchoign qui ne foxen de Cher o del poeyr que lo predit capitor no abia loo (se qualcuno — avesse discordia con persone che non fossero di Chieri o dela giurisdizione che il predetto non abbia luogo) 135 /138.

Eciam dee

Etiamdee 38, eciam dee 92, eciam dee 102, sono unità lessicali corrispondenti all’italiano altresì e ancora. Esse hanno un corrispondente nei Sermoni Subalpini nell’etiamde della struttura seguente: mas etiamde nen volea oir parler 11083. È interessante notare che i testi chieresi presentino la forma arcaica etiamde accanto a quella con la palatalizzazzione della T, eciam dee, che doveva rappresentare la pronuncia del tempo. Queste oscillazioni erano comuni anche nei Sermoni Subalpini.

Avverbi

Modo

Gli avverbi di modo uscenti in -ment, talvolta anche in -meynt, sono piuttosto frequenti, come lo erano anche nelle prediche in lingua d’oé. È forse interessante notare che, a volte, l’aggettivo e la desinenza mente non sono scritti in una sola parola. Per quanto concerne i Sarament si pensi a: encontenent 79; lear meint 15; pareysament 84; passament 52; paxament 79; perpetuar meint 12, 14; perpetuarment 80; perpetuar ment 73; precisament 27; precissament 68; precixament 37; precixamêt 27; rebustament 70; semigliâtment 40; spressament 41; semiglant meynt 91; verament 20, 21; veiramînt 24; veirament 48, 61, 139; veyrament 133; yglantement 86.

Jnse (it. così) presenta alcune occorrenze: inse fer (far così) 57, jnse e en tal maynera sea constreit (così e in tal modo sia costretto) 73. Invece di jnse i Sermoni Subalpini presentavano aisi, eisi, isi, enaisi.

Tra le espressioni avverbiali si può segnalare: al mod usa 7, a adrit 15, en tal maynera 73, en quint mod (in qualsiasi modo) 46.

Tempo

Tra gli avverbi tempo va segnalato adonch 14, che nei Sarament non ha il valore di congiunzione, ma piuttosto quello di avverbio di tempo con il senso di “allora”, proprio come l’adunc dei Sermoni Subalpini che presentava ben 14 occorrenze. Un lemma simile, e con lo stesso valore semantico, lo si trova anche nell’odierno rumeno atunci.

Un avverbio molto simile a adunc è enloura in: que serea enloura (che sarebbe allora) 50. È interessante qui notare che il digramma ou rappresenta il suono normale della U.

Tra gli altri avverbi di tempo sono poi degni di nota prest (presto) 69; semper 117, semper may 109 e l’espressione avverbiale de houre enaît 22 (it. d’ora innanzi) che ricorda quelle daqui enanz 01021, daici enant 12112 presenti nei Sermoni Subalpini.

Luogo

Tra i pochi avverbi di luogo si ricorda: li (gle quagl adonch li eren – it. che allora erano lì) 9; la unde (la unde y feren crier – it. là dove essi fecero annunnciare) 97, (la unde lo dit recior – it là dove il detto rettore) 97; desori (se contenen desori – contenute sopra) 131.

Tra le espressioni avverbiali si può ricordare en lo de col dit… (al posto di quello detto…)108.

Verbi

I verbi dei Sarament sono soprattutto all’infinito, al condizionale e al congiuntivo e quasi sempre alla terza persona singolare o plurale, per cui la comparazione con il sistema verbale della lingua d’oé non può essere completa ed esaustiva.

Modo Infinito

Per quanto riguarda l’uscita dell’infinito dei verbi che appartenevano alla prima coniugazione latina, come si vede dall’elenco riportato qui di seguito, i testi chieresi ci presentano solo desinenze in -er: apeler 124; appeler 106; crier 98; der 58; encompagner 35; ender 34; ester 34; jurer 111; observer (72, 111, 114, 120, 129), percurer 38; porter (27, 103, 138); reçercher 106; remover 127; retorner 34; suroger 107; varder 56; vulnerer 57; waster 79, 86.

Terminano in -er alcuni verbi della terza coniugazione latina: attender 111, 129; cometer 48; costrêzer 62; côstrêzer 71; corer 70; extraher 54; proceer 125.

Mentre tra i verbi della coniugazione in -ir accanto ferir (lat. ferīre) 20, 42 e venir (venīre) si trovano gli infiniti: acûplir, compir 57, 70; (lat cumplēre); tenir (lat. tenēre), rir (lat. ridēre) 27 che in latino appartenevano alla seconda coniugazione, mentre mettir (mĭttere) faceva parte dei verbi della terza coniugazione. Si noti invece che consenter 66 (lat. cum sentire) ha cambiato la desinenza -ire in er.

Gerundio

Come nei Sermoni Subalpini il gerundio dei verbi dei Sarament tende ad uscire con la dentale sorda. Si pensi a: 10 discrepant, 16 declinand, 132 romaneynt, 136 staxent, e per la lingua d’oé: corrant, criant, plorant.

Participio passato

Come si può notare dai pochi participi passati, anche nei Sarament queste forme sono variabili come gli aggettivi. Si pensi a: fait 10, faita 63. Tra gli altri participi passati dei Sarament si possono ricordare: usa e congrega 7, statui e ordona 7, feruy 45 cometu 47, consenti 81.

Forme simili

Per quanto il numero limitato delle forme verbali dei Sarament non permetta di trarre delle conclusioni sulla loro coniugazione, tuttavia esse si possono comparare con le corrispondenti dei Sermoni Subalpini e, come si può notare da quelle riportate qui di seguito, molte sono identiche. La prima colonna riporta le voci verbali dei Sarament accompagnate dal numero della riga in cui si trovano, mentre nella seconda colonna si trovano le voci corrispondenti della lingua d’oé seguite dal numero che ne riporta la collocazione nel testo dei Sermoni. Accanto ad essa è anche notato il numero delle occorrenze della voce in questione.

Nella terza colonna si trova la voce italiana corrispondente.

SARAMENT SERMONI ITALIANO
li eren 9 li eren 11094 erano
seran 178 malaeit seran 01100 4 saranno
el fu statui 7 el fu juge 2 fu
serea 39 el serea pendu 07137 2 sarebbe
sea 19 (8 occ) ne sea dampna 01129 12 sia
seen 26 (7 occ) seien dampnai 14074 1 siano
fos 42 (6 occ) fus fos 01035 17 fosse
fossen 24, fosen 178 fosen 15089 3 fossero
no abia loo 138 abia en si 05019 4 abbia
aves 178 aves 03100 10 avesse
feren 55 feren oratiun 14062 1 fecero
farean 181 il la farean 16017 1 farebbero
faça 40, faza 118 el fatza 02010 4 faccia
possa 124 quel no possa 02027 2 possa
venis 123 venis 22009 1 venisse
ne voren 69 no volen 03086 5 vogliono
voles el lo voles 03091 3 volesse
se contenen desori se conteignen 15008 1 si contengono

A queste forme verbali si è pensato di aggiungere anche poche voci rilevate nei due testi che presentano un certo interesse:

aytory 83 neun aitori 0702 aiuto
ben 59 altre ben 02010 bene
lan 2; 3 tut lan 17040 l’anno
meysma pena 69 se meisme 04011 medesima
de costa vita 108 en questa vita 03036 37 vita
rezior, recior 77, 97 regeor 09010 rettore

La prima voce aytory deriva dal latino medievale adiutorium e, per quanto scritto in modo diverso, doveva suonare allo stesso modo. In entrambi i casi ben ha valore sostantivale. Meysma e meisme sono aggettivi corrispondenti all’italiano medesimo. Il primo è femminile ed il secondo maschile singolare. Wolf considera il meisme dei sermoni tipico della parlata delfinate, ma il fatto che sia usato in un testo piemontese del 1321 dimostra che poteva anche essere proprio della parlata d’oé.

Anche vita è un termine molto interessante. Nei Sermoni presenta 37 occorrenze ed una volta è notato anche via, lemma che sarebbe conforme alle leggi fonetiche della lingua d’oé, dove le dentali intervocaliche tendono ad indebolirsi. Si pensi a maisnaa da mansionata. Però in lingua d’oé via era anche usato con il significato del latino vĭa (it. strada) per cui, forse per evitare confusioni, l’autore deve aver scelto il termine latino vita che, doveva essere usato dai predicatori e si è radicato nella parlata d’oé, tanto che lo si ritrova anche nei Sarament del 1321 e pure nelle parlate pedemontane odierne.

Qualcuno ha voluto vedere in questi lemmi latini un’influenza toscana, fatto che mi sembra molto sorprendente soprattutto se si pensa che i Sermoni sono stati scritti nella seconda metà del XII secolo. Tutte quelle voci, quali ad esempio: terra, creatura, parola, persona, vita, misericordia… che oggi fanno parte del lessico italiano (o toscano) e che abbondano nei Sermoni, dovevano far parte della lingua dei predicatori e quasi tutte quelle che si trovano nella lingua d’oé si ritrovano nelle parlate pedemontane odierne. Si pensi ai lemmi seguenti rilevati nei vari sermoni:

  1. gloria 15, superbia 16, via18, terra 21, bestie 26, cura 38, papa 82, quarta 87, compaignia 102, semenza 109, felonia129.
  2. misericordia 5, parola 6, pietà 20, via 31, sire 39, alta 57, persona 57, vita 66, verità 71, parrochia 86.
  3. hora 3, chosa 20. penitenza 32, oscurità 38, significa 64, parlava 99.
  4. natività 3, creatura 7, propheta 7, beltà 18, materia 23, levità 29, natura 42, contrarie 48, bestia 62, muta 63, folia 67, era 71, deità, umanità, destra 116.
  5. montava 14, lo trova 56, Bretaigna 57, castità 93, riva 122, in eterna gloria 134.
  6. reclama 12, bontà 19, folia (follia) 27, angeli 38, viva (verbo) 55, vita eterna 64, senza le parole 65, perdona (verbo) 70, porta la carta 79, gola 83.
  7. gastaldo 5, persona 31, sepultura 57.
  8. cantica 6, mirra 7, esposa 8, amara 9, donna 14, montaigne 38, vertù 41, humanità 42, batailla 49, cara 53; trinità 68; rostì 75; leprosia 105; luna 114, convertì 115, vigna 125, castità 133, rose 141, odorifera 148, sempiterna 165.
  9. le porte 17, casa 19, le parole 31, arca 35, tube 67, sorde e mute 108, comandava 114, prospera 120, 132 dolenta vita 132, inobedienza 167, candela 190, viola 225, ebrietà 226, ira 253, apostoli 256, episcopi 256, terrene 267, per forza 271, tuba 278, parola 279, eterna vita 299.
  10. forma 6, guisa 9, enigma 10, cloaca 39, cinque 52, trenta 81, cinquanta 81, fresca 83, viscosa 83, lo propheta 88, cava 95, terrena vita124.
  11. memoria 34, vergoigna 46, transitoria 76, senza 80, semenza 109.
  12. futuro 15, verità 23, cena 47, ancella, torna 101, humilità 115.
  13. bella 23, primitiva 26, contrari 31, feloni 33, mercennarij 48, lealtà 55, anima 64.
  14. sentenza 9.
  15. gratia 9, sapia 22, honestà 23, mortale 24, mostrava 45, quarantena 50.
  16. vaque 17, presa 22, prosperità 34, albergava 48, carità 50, salmodia 61, vita eterna 96.
  17. muliloquio 5, vane parole 7, usa 8, invidia 11, bestie morte 22, quaranta 35, sanità 46, diabolica 69.
  18. hostia 8, però 34, usura 40.
  19. contrasta 19, vergine 39, contrarie 52.
  20. gambe 5, ventre 8, humanità 11, umana 35, testa 43, boca 65.
  21. gola 8, vana gloria 10, morta 41, la prova 84, corona 86, inmortalità 88, nudità 130.
  22. discordia 9, pietà 11 (Villata, 1998b, 75-83).

È interessante notare che alcuni di questi lemmi sono documentati anche nei Sarament della compagnia di San Giorgio. Si pensi a: discordia, natività, quantità, voluntà, utilità, vertù e pure a vita.

Ma, a mio avviso, tra le voci molto interessanti di questi giuramenti bisogna segnalare: ester 34, e lo escu 133 che presentano quella E prostetica che nei Sermoni Subalpini era di norma davanti alle parole che in latino iniziavano con S impura.

Comunque, per ritornare alle voci della lingua d’oé appena presentate, se in passato, fidandoci di quelli che erano e sono considerati gli esperti in materia, avremmo forse accettato l’ipotesi dell’influenza toscana, ora dopo le osservazioni fatte a questo proposito, non ci sentiamo più di accettare questa congettura per i tre motivi seguenti.

Il primo è che gli esperti fanno risalire i Sermoni Subalpini alla seconda metà del secolo XII e prima di quest’epoca, a parte brevi frammenti e iscrizioni o deposizioni giuridiche come i Placiti Cassinesi (960), in Italia non ci sono pervenuti documenti in volgare. Per quanto concerne i primi documenti letterari in volgare, per l’Italia si deve risalire ai rimatori della scuola siciliana, cioè al 1220.

La seconda ragione per cui non accettiamo più l’ipotesi dell’influenza toscana è dovuta al fatto che quasi tutte le voci appena segnalate si ritrovano tali e quali nel piemontese moderno. In genere, quando un neologismo o una voce è presa a prestito da un altro codice, con il tempo, detto lemma tende ad assimilarsi o ad essere sostituito e questo non è accaduto per alcuna delle parole in questione. Quindi vuol dire che detti lemmi erano conformi alla parlata d’oé.

A parte questo, ci sono vari lemmi la cui prima documentazione secondo i dizionari italiani risale ad un’epoca di gran lunga posteriore a quella della data che gli esperti suggeriscono per la redazione dei Sermoni Subalpini. Si pensi per esempio a quarantena, tenebre e testa che, per quanto concerne l’italiano, i dizionari etimologici fanno risalire rispettivamente alla Regola di Altopascio sec. XIV e a Dante 1300-1313 (DELI: 1295, 1678 e 1688).

Il terzo motivo concerne invece lemmi quali pietà, verità… che derivano dagli imparisillabi della terza declinazione latina quali: pietas, pietatis; veritas, veritatis… Ebbene in questo caso si deve ammettere che la lingua d’oé presenta esiti del tutto particolari e differenti da quelli delle lingue con cui poteva essere in contatto. Infatti, mentre nelle opere di Bonvesin da la Riva e dell’Anonimo Genovese queste voci escono in -ae, i toscani, con Dante in testa, in un primo tempo preferivano usare forme con la sonorizzazione della dentale intervocalica come: bontade, cittade, pietade… (Villata, 2001, 103-105).

E in questo caso bisogna dire che i lemmi dei Sermoni Subalpini si discostano anche da quelli delle parlate transalpine. Infatti, mentre la lingua d’oil presentava voci quali pitié e vérité… i corrispondenti in lingua d’oc avevano uscite in – atz: bontatz, beltatz… (Villata, 2001, 104).

Il fatto più sorprendente è che in questo caso non si può neanche avanzare l’ipotesi che si trattasse di una particolarità dovuta all’influenza della lingua ecclesiastica o liturgica comune, perché il famoso Cantico delle Creature attribuito a San Francesco, ci presenta addirittura voci con la dentale sonora. Si pensi a voluntati, humilitate… (Villata, 2001, 105).

Quello che troviamo straordinario è il fatto che parecchi degli studiosi che hanno studiato la lingua dei Sermoni Subalpini, più che interessarsi della lingua, si sono preoccupati di spezzettarla elencando i lemmi appartenenti a questa o a quella parlata e non abbiano mai pensato di studiarne la grammatica, che è l’elemento più rappresentativo delle favelle.

Parlando della lingua d’oé, bisognerebbe pensare che non solo si tratta di una parlata in trasformazione, ma anche che queste prediche dovrebbero essere nate in un contesto di lingue in contatto dove i parlanti, in questo caso il redattore dei Sermoni, oltre ad avere una buona competenza del latino, lingua scritta per eccellenza, doveva conoscere bene la lenga d’oé e aver una competenza magari anche solo passiva delle lingue del versante francese delle Alpi. Quindi, esaminando la lenga d’oé, oltre a tener presente che a quei tempi la grafia delle parlate volgari era molto incerta ed incostante, si dovrebbero considerare tutti quei fenomeni che gli studiosi moderni hanno rilevato nei casi di lingue in contatto. Si pensi alle interferenze, agli imprestiti, ai calchi, al code switching, senza contare poi l’attrazione causata dal latino, anche e soprattuto dal punto di vista grafico.

Tra i numerosi esempi di quest’ultimo fenomeno si dovrebbero far rientrare le grafie delle forme verbali che in latino prevedevano l’uscita in T, come per esempio le terze persone plurali.

Per quanto riguarda poi la terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere che il manoscritto nota solitamente ē, raramente est o es, non riusciamo a capire perché questo segno debba essere necessariamente considerato francese e non latino oppure anche della lingua dei Sermoni, come appunto si potrebbe dedurre dal modo di affermare: oe (da hoc est).

Dato che nelle prediche il segno e poteva già corrispondere alla congiunzione e, et in latino e in francese, e al pronome soggetto di prima persona e (lat. ego) perché, per evitare confusioni, in lingua d’oé la terza persona singolare del presente indicativo di essere non si sarebbe potuta notare est o ē? Ma in fondo tutte queste discussioni non dovrebbero avere un grande peso, perché quello che determina le caratteristiche di una lingua dovrebbe essere quello che Cesarotti aveva chiamato il genio grammaticale, cioè la grammatica. E a questo proposito si è provato già a più riprese che il genio grammaticale sotteso dalla parlata d’oé, pur essendo vicino ma non identico a quello delle contemporanee lingue d’oil e d’oc, è quello che si ritrova nelle parlate piemontesi d’oggi. Anche la dicotomia cas sujet e cas régime, che nella lenga d’oe costituisce uno schema ormai superato, non corrisponde a quello delle parlate sorelle d’oc e d’oil (Villata, 1998, passim).

Ritornando al nostro tema principale, pensiamo che gli argomenti addotti nel corso della presentazione siano sufficienti per confermare che, malgrado alcune piccole divergenze, soprattutto di carattere grafico, la lingua dei
Sarament e quella delle prediche pedemontane appartengono alla stessa famiglia. E questo lo si può vedere anche là dove apparentemente si potrebbero notare differenze sostanziali, che però non dipendono dalla lingua ma piuttosto dalla cultura personale di quanti hanno redatto i testi.

Cultura che doveva essere molto vasta nel caso del redattore dei Sermoni e meno profonda per la persona che ha tradotto e trascritto i Sarament nella parlata chierese. Anche la competenza della lingua volgare doveva essere diversa e per rendersene conto basterebbe esaminare l’uso dei pronomi personali, che è molto vario e preciso nei Sermoni Subalpini, mentre nei Sarament queste particelle sono usate con molta parsimonia e ne risulta spesso un testo pesante per la continua ripetizione degli stessi termini. Ma forse questo doveva essere causato dalla necessità di chiarezza.

Oltre a conoscere il latino e la lingua d’oé, la persona che ha redatto il testo in volgare dei sarament doveva conoscere anche il francese. E questo ce lo lascia intendere l’incipit in cui si dice: A lo nom del nostr Segnor yhu xpst che corrisponde all’inizio del Padre Nostro in francese.

Anche le grafie di houre 22 e enloura 50 dove il suono /u/ è notato ou, come appunto si usa fare nella lingua transalpina, inducono a sospettare una vaga influenza francese.

Pure la persona che ha redatto i Sermoni, doveva parlare o comunque avere nozioni piuttosto approfondite dell’ancien français e doveva anche essere stato esposto alla lingua d’oc e alle parlate dell’Italia settentrionale che erano in contatto con la lenga d’oé. E quindi tenendo conto queste particolarità ci sembra molto verosimile l’ipotesi suggerita da Gasca Queirazza, secondo cui la redazione di questi Sermoni abbia avuto luogo a Ulzio, nell’Alta Val di Susa, che era un punto nevralgico del traffico tra i due versanti alpini.

Questo incontro di persone parlanti lingue diverse, deve aver creato quella situazione di lingue in contatto che è sfociata nelle prediche gallo-italiche, dove si trovano voci appartenenti a parlate differenti, ma la cui grammatica è una

sola: quella della lingua d’oé che si ritrova nei testi in piemontese antico ed anche nelle parlate pedemontane odierne.

Bibliografia

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DELI, Cortellazzo, M. – Zolli, P. Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1999

Note

  1. Nei Sermoni Subalpini, i nomi maschili uscenti in -l possono presentare un plurale prolettico: si cum dit a soi discipoil 03098, aquisti dotze apostoil 09153, ma ci sono anche dei casi in cui la forma del singolare
    è usata anche per il plurale proprio come s’è visto per recior nelle righe 75, 95 e 97. Per la lingua d’oé si pensi a: li apostol forun fermai per la parola de Christ 12012, e li diavol l’emporterun 11098 (Villata, 2003, 10).
  2. I Sermoni Subalpini riportano solo le grafie vaster, vasta e naturalmente varder.
  3. Da queste grafie si può notare che, già ai tempi della lingua d’oé, la O lunga del latino totus si pronunciava /u/. E questa oscillazione grafica dimostra che, pur essendo cosciente di questo cambio, spesso chi scriveva continuava a notare i suoni secondo la grafia del latino che era la lingua scritta per eccellenza.
  4. A proposito di cosse (cose) va notato che la doppia ss appare anche nell’Opera Jocunda.
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Autore: Villata Bruno