Introduzione sui dialetti gallo-italici

Tratto da Saggio sui dialetti gallo-italici, Milano, presso Gius. Bernardoni di Gio., 1853.

Premessa: sulla grafia della lingua piemontese

di Enrico Eandi

L’aver lavorato per anni alla predisposizione del correttore ortografico della lingua piemontese ha fatto emergere le incongruenze delle soluzioni ortografiche adottate dai vari autori, nel rappresentare i suoni peculiari della lingua piemontese.

Questo ha portato ad una revisione dell’ortografia della lingua piemontese, al fine di renderla più accessibile a quanti il piemontese lo parlano e gradirebbero anche riuscire a scriverlo, senza troppa fatica e senza provare il disagio di usare uno strumento non adatto allo scopo.

Alla conclusione di questo percorso, è stata una sorpresa scoprire che il Biondelli, essendosi posto lo stesso problema, come studioso dei Dialetti gallo-italici fosse arrivato ad una conclusione del tutto analoga, così come precisato nell’introduzione al suo saggio, pubblicato nel 1853 di cui viene qui riportato un estratto relativo alla questione ortografica:

Per ciò che riguarda il sistema sonoro, la necessità di rappresentare scritturalmente in tanti e sì svariati dialetti una lunga serie di suoni, in parte diversi dagli italiani, e l’insufficienza del troppo esìguo alfabeto latino, ci costrìnsero a far uso di alcuni segni convenzionali, per quei suoni speciali, pei quali l’alfabeto e l’ortografia italiana mancano affatto di segno rappresentativo.

Invano avremmo tentato valerci delle mostruose combinazioni di lettere usate a capriccio da quanti sinora imprèsero a rappresentare i dialetti in iscritto, le quali, alterando il valore primitivo dei segni, e nascondendo le radici dei vocàboli, rèsero più difficile la lettura, senza provedere al bisogno.

Onde accoppiare la semplicità alla chiarezza, anziché inventare nuovi segni, o imaginare a capriccio nuove combinazioni, abbiamo preferito far uso dei segni adottati generalmente dal maggior nùmero delle nazioni europee per le lingue dotate d’una copiosa serie di suoni, quali sono le germàniche e le slave; giacché egli è ormai tempo che si debba riconoscere da ogni nazione l’utilità e la necessità d’un comune sistema ortogràfico, il quale possa venire inteso dal maggior numero possìbile di nazioni.

La patria comune assegnàtaci dalla natura è l’Europa, e più presto varrà a collegarne le numerose popolazioni con vìncoli indissolùbili di fratellèvole commercio, un sistema ortogràfico generale, che non la più fitta rete di strade ferrate.

Fondati su questo principio, valèndoci sempre dell’italiana ortografia, quando bastò all’uopo, abbiamo preso dagli alfabeti delle lingue germàniche i segni ä, ö, ü, per rappresentare i suoni corrispondenti, dei quali manca la lingua italiana; cioè:

  • il segno ä, per esprìmere il suono aperto ae dei Latini, ai ovvero è dei Francesi, che partècipa d’ambedue queste vocali, e non può essere definito, ma solo designato colla voce;
  • ö equivale al segno ö dei Tedeschi, ai segni eu, oeu dei Francesi, rappresentandone lo stesso suono;
  • ü equivale parimenti alla u dei Francesi.

In tal modo, oltre il vantaggio d’una espressione più sémplice, più precisa e più generalmente intesa, abbiamo eziandìo quello di serbare intatte le radicali, e di rèndere quindi più agévole lo studio delle derivazioni, giacché più presto ravviseremo sotto le forme cör, fög, möri, le radici latine cor, focus, morior, che non sotto le altre coeur, foeugh, moeuri, le quali, sebbene usate dai Francesi e dai nostri scrittori vernàcoli, non ripùgnano meno al buon senso.

Per tal modo abbiamo fiducia d’aver ridutto alla più sémplice e precisa espressione la scrittura dei dialetti, non che d’averne agevolata la lettura agli indigeni, del pari che agli stranieri; e quindi facciamo voti, affinchè gli scrittori vernàcoli italiani, persuasi della rettitudine e dell’utilità dei nostri principj, ne sèguano d’ora inanzi l’esempio, o ne propóngano uno migliore, onde porre argine una volta alla crescente babele ortografica.

Questo scriveva il Biondelli a metà dell’Ottocento; una soluzione improntata agli stessi criteri, circa nello stesso periodo, fu adottata da Costantino Nigra, per i Canti popolari del piemonte.

La coerenza e razionalità del sistema ortografico proposto, assieme all’autorevolezza degli autori, avrebbe dovuto bastare per farne la grafia della lingua piemontese e delle altre lingue gallo-italiche.

Così non è stato, ciascuno a suo modo, i diversi autori hanno continuato ad avvalersi di “mostruose combinazioni di lettere usate a capriccio… per rappresentare i dialetti in iscritto”.
In questo modo, la lingua scritta, invece di essere strumento di unione e di rafforzamento della lingua piemontese, ha finito per essere strumento di contrapposizione, contribuendo questo pesantemente alla emarginazione della lingua piemontese.

Da parte mia, assieme al rammarico per non aver scoperto prima il fondamentale studio del Biondelli, provo la piacevole sorpresa di constatare come, perseguendo un obiettivo di razionalizzazione della grafia al fine di renderla coerente con le regole grammaticali, e quindi compatibile con la gestione informatizzata del vocabolario, sono infine giunto alle stesse soluzioni proposte dal Biondelli, oltre un secolo prima.

Leggi tutto lo studio: Introduzione generale al Saggio sui dialetti gallo-italici.

Il saggio di cui si riproduce qui l’introduzione è disponibile nella sezione Lìber lìber dedicata al Saggio sui dialetti gallo-italici.

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Autore: Biondelli Bernardino