Costruzioni impersonali in piemontese

XI Rescuntr internassiunal sla lenga e la cultüra piemunteisa, Alba 1994

Introduzione

La scelta del titolo di quest’intervento non è stata facile dal momento che il termine “impersonale”, pur essendo consacrato da una certa tradizione linguistica, è, per quanto riguarda il contenuto della mia relazione, da un lato  troppo generale e dall’altro fuorviante. Come tutti sanno, i verbi si coniugano in base alla “persona” del soggetto: 1a, 2a, 3a, sg. e pl. (oppure 1a – 6a persona). Se non si fa l’accordo con il soggetto, il quale può anche mancare del tutto, come nei verbi meteorologici, il verbo compare nella forma “default” della 3a sg., la forma della non persona, cioè dell’ “impersonale”.

Oltre ai verbi meteorologici, a piöv, a fioca, a truna, ecc. che si usano solo alla 3a sg. oppure all’infinito, ci sono vari verbi che spesso si usano impersonalmente: ad es. a venta, a capita. Ulteriori esempi si trovano nella  Grammatica di Brero e Bertodatti (1988, 110-111), la quale precisa però che “qualunque verbo può essere usato impersonalmente, e si adopera, a tal fine, la terza persona singolare di un tempo, preceduta dalla particella se che, unita al pronome personale verbale della terza persona a, si presenta come as, a se, o a s’ (con il significato del pronome indefinito un)”. Ecco, infatti, l’argomento della mia relazione: lo sviluppo in piemontese delle costruzioni cosiddette “impersonali” con se.

Queste esprimono, come appena accennato, l’idea di un soggetto indefinito ossia generico (“la gente”, “tutti” ecc.), simile a quella espressa dal si “impersonale” in italiano e dal fr. on, ted. man. Tali costruzioni, che vengono  spesso denominate “impersonali” per il fatto di non riferirsi ad un soggetto specifico, meglio si definirebbero “indefinite”, dato che il concetto espresso è (di solito) quello di una persona umana che fa qualcosa (Lepschy 1986).
Lo sviluppo delle costruzioni con il pronome riflessivo SE nelle varie parlate romanze costituisce un’area di ricerca tanto interessante quanto poco indagata.

I recenti studi di Michela Cennamo dell’Università di Napoli, che ha cercato di individuare i molteplici fattori che hanno contribuito alla reinterpretazione del pronome riflessivo, hanno gettato luce sull’emergere del si “impersonale” in italiano in particolare. Poco o niente è stato pubblicato nell’ambito dei dialetti italiani1; i pochi studi oppure riferimenti a costruzioni con si nelle parlate italiane ad eccezione di quella toscana presentano  un’analisi sincronica di dati provenienti dalla regione nordorientale (Lepschy 1974, 1984, 1986, Cinque 1988, Manzini 1986). Sui dialetti nord-occidentali, a parte una breve analisi sincronica inedita in chiave generativa sul ligure (Battye 1990), e qualche accenno in alcune mie pubblicazioni, non esiste nessuno studio scientifico.

Le costruzioni con “se” nel piemontese moderno

La particella se svolge parecchi ruoli nella sintassi del piemontese contemporaneo, come nelle altre varietà romanze, e non sempre gli studiosi concordano sulla classificazione dei vari tipi. Dal punto di vista evolutivo (ossia  diacronico) tutti derivano dalle costruzioni riflessive e medie del latino. Gli usi (a) riflessivo e (b) reciproci hanno chiari “continuatori” nelle varietà neo-latine, ad es.

3.a) 1.a) Chiel as pentena – Egli si pettina

3.b) 1.b) Lur as guardo – Essi si guardano

A dire il vero, pochi sono gli usi strettamente riflessivi e reciproci e più numerose sono invece le costruzioni (anche queste comunemente dette “riflessive”) che continuano l’uso medio. Nei seguenti verbi (2) non si tratta  evidentemente di un ente (Agente) che svolge un’attività su di se (Paziente):

2.a) as lamento – si lamentano

2.b) as ciama Beatris – si chiama Beatrice

2.c) a se scusa – si scusa

2.d) as na va – se ne va

2.e) as desvija – si sveglia

2.f) la pòrta as sarava adasi – la porta si chiudeva lentamente,

2.g) a l’è rumpüsse l’arlogi – si è rotto l’orologio.

Piuttosto abbiamo a che fare qui con un’azione o uno stato che coinvolge il soggetto del verbo o i suoi interessi (Lyons 1968, 373). Volendo, si può distinguere fra i diversi gradi di partecipazione del soggetto. Proprio da quest’uso medio si svilupperanno nelle varietà romanze l’uso passivo (3) e eventualmente l’uso impersonale (4a, b) della particella riflessiva:

3. cust vin as beiv dop disnà – questo vino si beve (= viene bevuto) dopo il pasto;

4.a) antant ch’a s’andasìa – mentre si andava (Brero e Bertodatti, 1988, 110);

4.b) a son a l’é rivasse – a questo si è arrivati (Musicalbrandé, 140, 290).

Frasi come quest’ultima non vengono necessariamente accettate da tutti i parlanti nativi come frasi genuinamente piemontesi, ma sulle stesse pagine di Musicalbrandé altri due scrittori usano se con il passato prossimo:

4.c) a l’é passasse pöi a la consegna dj’iautri premi – si è passati poi alla consegna di altri premi;

4.d) cunfurma le cundissiun che a l’é disse – conforme alle condizioni che si è detto.

In piemontese l’uso impersonale di se non è così esteso come in italiano, per esempio:

i) Non si permettono oggetti diretti pronominali nelle costruzioni con se:

5. it. lo/la/li/le si fa (anche in veneziano si ha se la vede “la si vede” – la se vede – (lei) si vede. (Lepschy, 1986, 145-46);

Nelle strutture piemontesi, as fa, as fan, il pronome a è soggetto e la frase è per forza “passiva”, ad es.

6.a) a se sciaira nen bin la muntagna – non si vede bene la montagna.

6.b) a se sciaira nen bin – non si vede bene;

L’oggetto pronominale indiretto invece è permesso:

7. As je disìa -gli si diceva (Julini, 1992, 126).

ii) Inoltre non si permette la costruzione riflessiva:

8. ün as lava – ci si lava; venez. se se lava – piem. (Brero e Bertodatti,1988, 110).

In certe varietà locali del piemontese as lava può anche avere i significati riflessivi di “ci si lava” oltre a “(lui/lei) si lava”.

iii) Qual è lo statuto di costruzioni con il verbo esse + aggettivo o di strutture passive, registrate come traduzioni delle corrispondenti frasi italiane di un mio questionario:

9.a) quand ch’as é cuntent – Quando si è contenti;

9.b) quand ch’as ven véj as ven desmentià daj giuv – Quando si invecchia, si è dimenticati dai giovani.

Queste traduzioni corrispondono ad una realtà linguistica o sono calchi sull’italiano, impossibili in una situazione reale? Sono autentiche costruzioni piemontesi anche le altre frasi “impersonali” con se, ad es. (4a) e (4b)? Dato che il francese conosce solo un uso molto ristretto e formale del tipo il se + verbo (ad es. il se dit que) preferendo di gran lungo l’uso di on, è possibile che le costruzioni piemontesi siano da attribuirsi all’influenza della lingua nazionale?

Tramite un rapido esame di alcuni testi piemontesi si cercherà di dimostrare che le strutture passive e impersonali con se hanno pieno diritto di cittadinanza nella lingua piemontese, anche se non in tutti i contesti in cui  compare il si italiano.

Esempi di “se” nei Sermoni Subalpini

I Sermoni subalpini del 12° sec, primo testo proveniente dall’area piemontese, in cui si riscontrano chiari influssi gallo-romanzi, contiene esempi sia di si, pronome tonico:

10.a) per si sol – per sé solo (IV 63);

10.b) davan si – davanti a sé (XI 70);

10.c) en si – in sé (VI 22); che del pronome atono se:

11.a) sì se met desot lui – si mette sotto di lui (X 51),

11.b) qui se conbaten – che si combattono (XIII 35);

11.c) que vif e se mof – che vive e si muove (XI 25);

11.d) il se pentiran – si pentiranno (XV 24).

Tali usi riflessivi, reciproci, e più genericamente medi, hanno frequenza alta. In alcune espressioni, però, già sembra delinearsi un significato passivo, nel senso che il soggetto ha meno “controllo” sull’azione (Cennamo 1993):

12.a) el fo, qui no’s pò esteigner – il fuoco che non si può smorzare (essere smorzato) (V 100);

12.b) quant la cità se prendrea – quando la città si prenderebbe (sarebbe presa) (IX 38);

12.c) seignor no se direa – “signore” non si direbbe (X 16).

II soggetto grammaticale di questi esempi non rappresenta più sia il soggetto che l’oggetto logici come negli esempi “medi”2. Il soggetto grammaticale degli esempi in (12) corrisponde solo all’oggetto logico della  corrispondente frase attiva, proprio come nelle strutture morfologicamente passive, composte dal verbo esse + participio passato. Qui l’attenzione si concentra sul nominale coinvolto passivamente nel processo  rappresentato dal verbo; cioè la struttura semantica della frase consta di due elementi: Paziente e Processo (o Stato) e non si fa nessun riferimento alla Causa o all’Agente di tale processo. Il soggetto logico del processo è assente e all’occorrenza verrà supplito pragmaticamente da chi decodificherà la frase.

Può anche venir espresso mediante una frase preposizionale, ad es.

13. Grant mal se levà per mala lenga – Grande male fu causato da mala lingua (XV 48).

Le frasi passive (sia della struttura esse + p.p., che quella con si) costituiscono una delle possibili strategie per evitare il riferimento alla Causa o all’Agente di un’azione. Altre strategie sono gli usi delle seconde persone verbali e di pronomi indefiniti, ad es. un, di cui parlerò fra poco. Nei Sermoni il significato di un attante/soggetto generico viene rappresentato da hom / om / um, il quale deriva, come fr. on e ant. it. uom(o), dal lat. HOMO:

14.a) La rei quant om la mei en l’aiva -la rete, quando la si mette nell’acqua (IV 4);

14.b) sìquehom no pò veer lo funt – sicché non si può vedere il fondo (X 58);

14.c) per li mont que hom apela Seir e Hermon – per i monti che si chiamano Seir e Hermon” (Vili 44).

Ad eccezione del francese, dove l’uso di on ha fatto fortuna, fino al punto di prendere il posto del pronome nous nella lingua colloquiale, gli esiti di HOMO sono in linea di massima caduti in disuso nelle lingue romanze. Sembra  però che almeno una istanza di l’hom nella cinquecentesca Comedia de l’homo di Gian Giorgio Alione rappresenti ancora quest’uso generico;

15. e piusor altre giantileze / più che l’hom ne porrea comprende (Brero e Gandolfo, 1967, 166) -e parecchie altre gentilezze / più che uno non potrebbe capire.

Non ho rinvenuto esempi seriori ed è sconosciuto al piemontese moderno. Al suo posto subentra l’uso di un “uno” e, come vedremo, l’uso impersonale ossia indefinito del pronome riflessivo se. Infatti, è possibile che ci sia  stato un incrocio fra gli esiti di HOMO e di UNUS, dato che nei Sermoni subalpini si riscontra saltuariamente la forma um3: en un liber que um apela Cantica – in un libro che si chiama Cantica (Vili 4).

Esempi di “se” in altri testi antichi piemontesi

Negli Statuti di San Giorgio, primo testo piemontese che sia datato (1321), si riscontrano parecchi esempi di costruzioni con se a cui darei un’interpretazione passiva:

16.a) e tant che la vindita se feis -tanto che la vendetta si facesse (Clivio 1989, 35-36);

16.b) e se pössa apeler de tuit treitor e rebele si possa chiamare da tutti traditore e ribelle” (ib. 145-46);

16.c) lo qual capitor sea frem e preçis e ne se pössa remover, ma se debia per cun rezior e reziogl e òmegn de la ditta Compagnia attender e observer – il quale capitolo sia fermo e preciso e non si possa rimuovere ma si debba da qualsiasi rettore e rettori e uomini della detta Compagnia seguire e observare (ib. 149-51).

La specificazione dell’agente tramite de e per rende indiscutibile il valore passivo di alcune di queste frasi (si vedano Bertuccelli Papi 1980 e Lepschy 1986 per simili esempi nell’antico toscano). Più frequenti sono però le  costruzioni con se che sono prive di frasi agentive (si veda 11a) ed è verosimilmente da queste che si svilupperà il significato “impersonale”. L’uso di se per indicare la soppressione dell’agente finirà cosi col conferire a questo pronome stesso il senso di un agente indefinito o generico.

Come è stato osservato da Bertuccelli Papi a proposito dell’uso di strutture passive con si in statuti toscani, la distribuzione di tali strutture è complementare rispetto a quella dell’ausiliare + participio passato. Quest’ultimo mette in risalto il valore compiuto dell’azione, ne evidenzia il risultato, come viene esemplificato dall’esempio 17:

17. el fu statuì e ordonà per col consegl e per gle consegler […] che gli infrascript quatrçent òmegn de la ditta Compagnia…- fu statuito e ordinato da quel consiglio e dai consiglieri […] che i sottoscritti quattrocento uomini della Compagnia… (ib. 1).

Il passivo morfologico (esse + pp.) comunica il senso di un evento compiuto ma non necessariamente già passato; può anche riferirsi al futuro qualora si voglia mettere in evidenza lo scopo finale dell’azione:

18. en tal mainera sea constreit col e tuit gl’aitr de la soa parentella a fer la ditta pax- in tale maniera sia costretto quello e tutti gli altri della sua parentela a fare la detta pace (ib. 88-89).

Le strutture passive col se hanno invece un valore dinamico ed imperfettivo: si riferiscono a comportamenti abituali e ripetitivi che devono caratterizzare la vita della Compagnia. Tale uso è assai più consono al carattere  programmatico e prescrittivo degli Statuti (si vedano gli es. 16a, b, c).

L’uso passivante di se si trova naturalmente solo con verbi transitivi, cioè verbi che hanno un oggetto diretto, il quale diventa nella struttura passiva il soggetto grammaticale. Con se è molto frequente l’uso del verbose “fare” (come nota Cennamo 1991).

19. e de aotra part se faza e se debia fer publich instrument a cun qui vorà – e d’altra parte si faccia e si debba fare pubblico instrumento a chiunque vorrà (ib. 139).

Come già accennato, la mancanza (nella maggioranza dei casi) della frase preposizionale indicante l’agente può aver portato ad un’interpretazione “impersonale” della frase (invece di pensare “tale cosa viene fatta” si pensa “qualcuno fa tale cosa”). La frase viene interpretata in chiave attiva invece che passiva.

Vari fattori possono aver contribuito ad una tale reinterpretazione, ad es. la forma attiva del verbo e la posizione del sostantivo (che funziona sì da soggetto grammaticale ma svolge il ruolo di oggetto logico o Paziente). È stato dimostrato da molti studi linguistici, che hanno esaminato diversi tipi di lingue, che esiste una gerarchia per la promozione a soggetto dei vari argomenti del verbo. La norma vuole che sia il nominale col ruolo di Agente a diventare più spesso soggetto (questo deriva logicamente dal fatto che ci interessiamo di più ad esseri umani che compiono azioni). La promozione a soggetto del nominale con ruolo di Paziente è dunque una struttura meno normale (e quindi molto marcata), che si presenta bene come candidato per la rianalisi.

Una struttura quale se fa la pax assomiglia assai alla struttura attiva el fa la pax in cui il nominale la pax è allo stesso tempo oggetto grammaticale e oggetto logico; esso per giunta occupa la posizione normale, cioè post verbale, dell’oggetto. La posizione del nominale nelle frasi con se non è, però, determinante, dato che l’ordine degli elementi frasali non è così fisso nelle parlate italiane come, per esempio, in francese. Il collocamento del soggetto dopo il verbo è tutt’altro che raro, specie nelle frasi Tematiche, cioè quando tutta la frase è fatta di informazioni nuove, ad es. a ven to pare! -viene tuo padre!. In questo tipo di frase (con verbi che prendono esse come
ausiliare), i dialetti piemontesi possono non fare l’accordo fra pronome soggetto e verbo da una parte e soggetto posposto dall’altra:

20. A mes-dì a-i rivava mare e magna (Musica/brande, 126, 18) – A mezzogiorno arrivavano madre e zia.

Anche questa è una costruzione “impersonale”, nel primo senso di cui abbiamo parlato, dal momento che il verbo non si accorda con il numero del soggetto4. Ne consegue che è del tutto normale il non accordo fra verbo e soggetto posposto in costruzioni con se del tipo

21. as taja nen le siule an custa manera – non si tagliano così le cipolle.

Ciò nonostante, la combinazione di questi tre fattori appena menzionati, anche se da soli non decisivi: verbo attivo, collocazione postverbale del nominale, e mancanza di accordo, può aver contribuito allo sviluppo di  un’interpretazione meno “passiva” e più “impersonale” delle costruzioni con se. Però, solo l’uso di se con verbi intransitivi, verbi che escludono l’interpretazione passiva, può offrire senza ambiguità un’interpretazione “impersonale”.

Un testo di almeno qualche decennio posteriore agli Statuti di San Giorgio, ma dello stesso carattere, Gli Ordinamenti dei Disciplinati e dei Raccomandati di Dronero (fine Trecento – inizio Quattrocento; cf. Gasca Queirazza 1966 per le due versioni, A+ B), fa un uso abbondante di costruzioni con se per stabilire il regolamento della Confraternità. Sono frequenti gli esempi di collocazione nominale postverbale, specie dopo la struttura modale + infinito:

22. se po dir piane e sot vose alcuna parola-si può dire piano e sotto voce alcune parole (Gasca Queirazza 1966, A 33-34);

23. E quant fano la disuplina per la terra, se de dire gli sept psalm penetencial, qui gli sa – E quando fanno la disciplina per il paese, si deve dire i sette salmi penitenziali, quelli che li sanno (ib. 93-94).

Benché qui non si trovi ancora l’uso di se con un verbo intransitivo semplice, riscontriamo un esempio di se + modale + verbo intransitivo (andar):

24. Ancora quant i fan la disuplina per la terra, si se dé andar dentorn de la seportura de li fregl e far calche bone oracioen per tuit gli fregl de questa compagnia – Ancora quando fanno la disciplina per il paese, si deve andare intorno alla sepoltura dei confratelli e fare qualche buona orazione per tutti i fratelli della compagnia (ib. 267-69).

Un altro fattore che favorisce negli ultimi due esempi un’interpretazione impersonale del se, nel senso che se suggerisce l’idea di un soggetto umano attivo, è la coordinazione con verbi che hanno chiaramente un soggetto di  questo tipo: fano, i fa, dove la 3a persona plurale si riferisce in modo non ambiguo ai confratelli. Anche la frase relativa che segue la frase con se in (23) deve per forza riportarsi ad un antecedente umano che dice i salmi.

Nell’esempio seguente (25) viene specificato che l’espressione se de dir comporta il riferimento ad un Agente umano:

25. Zo è che cor i lo porte a la sebortura, se dé dir, zo è zascun frel, .xii Pater Noster e tante Ave, e qui sa de le aetre oracion, ensiben le de dir(ib. 262-63) – Cioè che quando lo portano alla sepoltura, si deve dire, cioè ciascun confratello, 12 paternostri e altrettante avemarie, e chi sa delle altre orazioni, così pure le deve dire.

In questo testo si riscontra (26), che io sappia, il primo esempio dell’uso di se in un tempo composto, cioè con riferimento ad un’azione compiuta, ad un fatto puntuale:

26. e poy lo prior o sia lo sotprior con gli consegler debien oder che cosa s’aprepone e che cosa s’è faet contro l’estatù (ib. 129-31) – che cosa si è fatto contro lo statuto.

Esempi di “se” nel seicento e nel settecento

Continuano gli stessi usi di se che abbiamo già visto; riporto qualche esempio che sembra suggerire un’interpretazione più “impersonale” che “passiva”, benché spesso, come sostiene Cennamo (1993, 24) si tratti forse più di una distinzione di “focus” che non di significato.

Comunque, nella Comedia de l’homo, fine 15 sec. / inizio 16 sec. si riscontra, che io sappia, il primo esempio di se con verbo intransitivo;

27. sarrer col hus, o sia fenestra / derrer per la qual se va a extra (Brero/Gandolfo, 1967, 164) – chiudere quell’uscio ossia finestra dietro, per la quale si va di corpo.

28. Dalla butea d’un sautissé / s’ porta fora sautisse e msenhe – Dalla bottega d’un salumiere / si portano fuori salsiccie e lardoni” (Clivio 1974, Canson Partner Partner’l tramué d’ San Michel, vv. 170-171, 17 sec);

29. Sott’i porti del palas / Se parlava fort de pas – Sotto i portici del Palazzo / si parlava forte di pace (L’Arpa discordata, testo Fontana, 241-242, inizio 18° sec).

30. E i ciappulero com se fa l’animal /Al temp del Natal- -E li tritarono come si fa l’animale (= il maiale) / a Natale (ib. testo Fontana, 1233).

Molto interessante il fatto che nel testo Soffietti de L’Arpa discordata (vv. 238 e 1208) al se corrisponde una forma verbale alla 3a plurale, la quale presuppone chiaramente un Agente umano:

31. A parlavo fòrt de pas – parlavano forte di pace

32. Com’a fan ij sautissé – Come fanno i salumai.

Anche se il se può venire a rappresentare l’attante principale ossia l’Agente, il suo comportamento sintattico rimane quello di un pronome clitico complemento. Èl nodar onorà, 18° sec, ha esempi di costruzioni interrogative in cui il pronome soggetto segue il verbo (nessun pronome soggetto compare davanti al verbo, a differenza del piemontrse moderno che ha un soggetto clitico sia davanti che dopo il verbo):

33. Com sas-to ti ch’a l’è? – Come sai tu che è? (I, 888).

Il se rimane, invece, nella posizione preverbale5,la posizione del complemento, mentre dopo il verbo finito compare un soggetto espletivo (privo di contenuto semantico):

34. S’podrijlo nen parlessje – Non si potrebbe parlarle (= parlare-si-le)?”(Ili, 414).

Per esprimere il senso di un soggetto generico si trovano anche l’uso della 3a persona plurale del verbo e di un, specie quando compare un pronome oggetto o si tratta di un verbo riflessivo:

35.a) E peui s’un ij la darà – E poi se uno gliela darà (// Conte Pioletto, I, se. 2).

35.b) S’un v’inviteissa a beive – Se uno vi invitasse a bere (Isler p. 234)

35.c) un ‘s maria per na vota tan – uno si sposa una volta tanto (// Conte Pioletto, II, se. 15).

Permesso invece è l’uso di se con il pronome dativo / (sg., pi., m. f.) e con il partitivo na “ne”:

36. Là si ch’as ne dis / Dle arionde e dle gròsse – Là sì che se ne dice / Delle rotonde e delle grosse (Isler p. 260)

Non mancano esempi di strutture passive con se che specificano l’agente:

37. J’arlogi de Paris… Se vendìo dai follastron 7 o 8 donzon – “Gli orologi di Parigi venivano venduti dagli ignoranti a 7 o 8 doson (antica moneta piemontese)”; {L’Arpa discordata, testo Fontana, 1701-04).

38. tute le dificoltà, e tuti i dubi, ch’ant el leslo e scrivlo s’incontravo anche da le persone leterate – tutte le difficoltà, e tutti i dubbi, che nel leggerlo e scriverlo, venivano incontrati anche dalle persone letterate (Pipino,1783, 138).

Inoltre, una caratteristica dei testi sette – e ottocenteschi è la comparsa dei pronomi complemento clitici sia davanti all’ausiliare che attaccati al participio passato dei tempi composti, oppure all’infinito delle costruzioni  modali (Parry 1994):

39. a s’è stanpasse al Mondvi un pcit vocabulari Piemonteis – si è stampato (-si) a Mondovì un piccolo vocabolario piemontese (ib.);

40. l’istes a s’peul disse de tute? – lo stesso si può dire (dirsi) di tutte? (ib. 132).

La lingua moderna

L’uso della frase agentiva nelle costruzioni con se sembra oggi essere caduto in disuso, come in italiano. In ogni caso, frasi passive in cui viene espresso l’agente appartengono ad un registro abbastanza formale per il quale si usa ormai quasi esclusivamente l’italiano.

Un tratto notevole della lingua moderna è la ripetizione di se nelle strutture modali:

41. as pöl disse – si può dire.

Perché questa ripetizione del pronome oggetto, che nel Settecento e nell’Ottocento coinvolgeva tutti i pronomi personali, persiste nel caso di se? Perché si dice ancora as peul disse, ma non al peul dilo-può dirlo”? Nel secondo caso il pronome compare una sola volta: a peul dilo. In altre varietà piemontesi si riscontra la ripetizione di se anche nei tempi composti: a s’era pi nen vedusse -non si era più visto, benché gli altri pronomi complemento compaiano solo una volta, ad es. si dice a l’ava pi nen veduje e non aj ava pi nen veduje -non li/le aveva più visti/e.

È vero che in torinese e nella lingua letteraria la ripetizione di se nei tempi composti non è più ammessa e si scrive a l’è disse -si è detto, a l’è rivasse -si è arrivati (Musica/brande, 140: 28-29), ma c’è da chiedersi se la persistenza delle strutture con ripetizione di se sia dovuta ad una tendenza ad interpretare as (a + se) come un (unico) pronome indefinito soggetto, simile al SI italiano? Almeno nei proverbi citati da Gribaud sembra che as, a cui va collegata la frase da giov, vada interpretato così:

42. Da giuv as mangia la moleja e da vej la crusta -“Da giovani si mangia la mollica e da vecchi la crosta.

43. Da giuv as fa d’amicissie, da vej ed cunossense – da giovani si fanno amicizie, da vecchi conoscenze.

Conclusione

I contesti sintattici in cui compare il se piemontese sono più ristretti di quelli in cui compare il si italiano, ma nella lingua scritta e nei dialetti moderni sembra che si faccia un uso abbastanza frequente di se. Per fare un confronto scientifico fra se e gli altri modi di rappresentare un soggetto umano indefinito e per arrivare ad un giudizio obiettivo sullo statuto delle frasi con se, ci vuole naturalmente un’indagine statistica su testi rappresentativi scritti e orali.

In ogni caso abbiamo visto che alcuni usi non riflessivi di se rimontano agli albori della lingua e non si tratta di semplici “italianismi”, benché l’uso più esteso che se ne fa al giorno d’oggi possa naturalmente risentire  dell’influenza della lingua standard.

NOTE

  1. È in preparazione per il volume, The Dialects of Italy, a cura di M. Maiden e M.M. Parry, London, Routledge, uno studio di M. Cennamo sulle costruzioni passive e impersonali nei dialetti italiani.
  2. II trapasso dall’uso medio a quello passivo/impersonale probabilmente si è fatto tramite costruzioni tardo-latine quali, mala rotunda servare se possunt (Palladium, De Agri. 3, 25, 18).
  3. Ringrazio A. Rossebastiano per questo suggerimento. A meno che non si tratti per questa variante (assai meno comune di om/hom) di un’incertezza grafica ossia ipercorrezione nella rappresentazione della vocale, dato che  o rappresenta sia [o] che [u]. Si vedano anche V 17 e XXI 37.
  4. In alternativa esiste anche l’accordo fra verbo e soggetto nominale postposto. L’accordo tra verbo e soggetto postposto può anche mancare con un numero ristretto di verbi intransitivi con ausiliare avej, ad es. deurme (ma solo con certi tempi verbali). II fenomeno è tutto da indagare.
  5. Nell’esempio che segue (34), il se compare sia in proclisi davanti al verbo modale, sia enclitica mente sull’infinito, sempre nella posizione del clitico complemento. Per la ripetizione dei clitici complemento, si veda sotto.

FONTI

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Comedia de l’homo di Gian Giorgio Alione, in C. Brero e R. Gandolfo, La letteratura in piemontese. Dalle origini al risorgimento, Torino, Casanova, 1967, 163-191.

Clivio, G.P., “Il dialetto di Torino nel Seicento”, L’Italia dialettale, 37, 1974: 18-120.

Il Conte Pioletto, Commedia piemontese di Carlo Giambattista Tana, Torino, Brio-Io, 1784; edizione anastatica, Torino, Viglongo, 1965.

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Autore: M. Mair Parry